lunedì 8 giugno 2020

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson.

A volte ci sono dei libri che ci attirano tanto, eppure abbiamo il dubbio di non riuscire ad apprezzarli.

«A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce»: con questa dedica si apre L'incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai "cattivi", ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Shirley Jackson è un'autrice con cui ho un rapporto strano, anche se tecnicamente ho malapena un rapporto dato che ho letto solo due dei suoi libri.
Mi attirava, quando ero più piccola, perché viene considerata una maestra dell'horror... e la me ragazzina non poteva che esserne confusa, non capire: io cercavo l'horror evidente, non ero molto brava a percepire il modo in cui un contesto normale con una nota stonata che si ripete e si amplifica finisce per destabilizzare.

La me adolescente che cercava di capire la differenza tra Piccoli Brividi ed Edgar Allan Poe.

Tante parole per dire che quando ho letto L'incubo di Hill House, appena ventenne e con lo spirito critico di una tazza, non ci ho capito niente. 
Mi è servita una rilettura anni dopo, per apprezzare ma non per amare: L'incubo di Hill House per me è un gran bel libro, un po' sopravvalutato.
Mi è rimasta la fascinazione per la Jackson, però con un retrogusto di sospetto, che potesse essere come la Austen: brava, per carità, ma non così tanto (parere personale). E non è neanche che mi possa lanciare in chissà quali recuperi, le edizioni Adelphi non sono proprio economiche.
Ma alla fine ho deciso di correre il rischio e ho recuperato l'altro titolo della Jackson che mi ha sempre attirata: Abbiamo sempre vissuto nel castello, libro di cui ho sempre letto le recensioni, ma su cui non ho mai cercato informazioni particolari perché volevo affrontarlo "al buio", e ha superato ogni più rosea aspettativa
Siamo di fronte ad storia pacatissima, dove non succede quasi nulla, che pure fin dalle prime pagine risulta straniante. Come una stanza perfettamente ordinata non fosse che tutto è leggermente fuori posto.
Noi ci immergiamo nella vita delle sorelle Blackwood, Mary Katherine e Costance, e dell'anziano zio Julian. 
Una vita solitaria ed isolata, filtrata dagli occhi di Mary Katherine, detta Merricat.
Solo che Merricat è un punto di vista estremamente parziale, con problemi via via sempre più evidenti.
E tramite lei, iniziamo a renderci conto di quanto la quotidianità di villa Blackwood sia piena di note stonate, di oggetti leggermente fuori posto che fanno sentire visitatori e lettori sempre più a disagio mano a mano che vengono voltate le pagine.
I personaggi scritti dalla Jackson sono ambigui, a volte affascinanti, a volte ripugnanti, tutti che alla fine finiscono per metterti a disagio: Merricat, con sempre più evidenti problemi mentali; Costance, bellissima ed eterea, che potrebbe aver ucciso tutta la sua famiglia sei anni prima; lo zio Julian, bloccato in un eterno passato, voce della verità o sopravvissuto al veleno solo per essere ridotto all'ombra di sé stesso?; il cugino Charles, l'Estraneo giunto ad infrangere i delicati equilibri dei Blackwood, bieco approfittatore, concreta possibilità di un ritorno alla vita, o strano ibrido di entrambi?
Una storis horror che non è horror, gotica che non è gotica, thriller psicologico che non è thriller psicologico. È un libro che praticamente non ha genere, solitario e fonte di disagio come le sue protagoniste.

E Stephen King aveva proprio ragione: Shirley Jackson non ha mai avuto bisogno di alzare la voce.

8 commenti:

  1. Sei riuscita ad esprimere perfettamente questo romanzo! Il disagio nasce proprio dalla leggere differenza, in peggio, della vita quotidiano delle protagoniste.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La Jackson a quanto pare era maestra del disagio perpetuo xD

      Elimina
  2. Il mio libro preferito della Jackson (mi manca da recuperare solo "Paranoia", che comunque è un po' un caso a se stante): sono lieta che ti abbia aiutato a rivalutare la grande Shirley! ^____^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non solo, mi ha anche fatto venire voglia di conoscerla meglio :D

      Elimina
  3. Affascinante, ma secondo me un po' annacquato. Nel formato del racconto, lo avrei preferito.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Pensa che io invece quasi lo avrei preferito più lungo xD

      Elimina
  4. Concordo in pieno, a me era piaciuto tantissimo. :)
    E Merricat è disturbante.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Disturbante" descrive perfettamente il libro.

      Elimina