venerdì 24 agosto 2018

Maria Antonietta: Una vita involontariamente eroica

Maria Antonietta: Una vita involontariamente eroica, di Stefan Zweig.

Ed ecco qui il libro che ha consacrato definitivamente Zweig nel mio cuore.

Frivola e intrigante per i cortigiani di Versailles, perversa aguzzina nella propaganda rivoluzionaria, eroina martire della restaurazione monarchica: chi era Maria Antonietta? Nel raccontare la sua vita, Stefan Zweig deve confrontarsi con una lunga tradizione di leggende, dicerie e violente passioni ideologiche. Ma ripercorrendone i passi di bambina sposa, moglie disprezzata, madre sensibile, austriaca isolata in una corte e una nazione ostili fino alla dignità degli ultimi istanti, che fanno coincidere la sua morte con la fine di un’epoca, Zweig trova una donna: un essere umano senza qualità particolari, costretto dal caso e dalla Storia a diventare grande. Maria Antonietta – senza che vengano sminuite le responsabilità politiche e morali del suo ruolo – diventa allora il luminoso esempio dell’individuo comune che si erge sopra la sua stessa mediocrità e assume una dimensione «involontariamente eroica». Perfetta sintesi di cura documentale, penetrazione psicologica e tensione narrativa, questo libro, forse la più amata tra le opere di Zweig, è ancora oggi considerato un vertice e un modello del genere biografico. La sua pubblicazione, nel 1932, mutò radicalmente l’immagine di Maria Antonietta, cancellò uno stereotipo e riconsegnò una figura viva e complessa tanto alla ricerca storica che all'immaginario popolare.

Maria Antonietta, la sfortunata regina giustiziata dal popolo insorto contro la monarchia. Dipinta nel corso dei secoli come l'austriaca sadica ed erotomane, poi come una santa vittima delle circostanze, spesso come un'oca giuliva.
Molte generazioni l'hanno conosciuta da piccoli, quando il target nei cartoni animati era uno sconosciuto e a cinque anni potevi vedere Lady Oscar e Il Tulipano Nero.
La verità, come spesso succede, si trova facendo la media: togliendo il meglio e il peggio e dando un senso a quello che rimane.
Stefan Zweig in questo è eccelso: già nella sua biografia su Maria Stuarda avevo apprezzato la sua capacità di ricostruire la psicologia delle figure storiche che voleva raccontare, e qui il lavoro è ancora migliore.
Una cosa che ammiro delle biografie di quest'uomo è che non si limita a raccontare cosa è successo in ordine cronologico, snocciolando fonti come se non ci fosse un domani, ma usa tali fonti per costruire un racconto e fornire ai suoi lettori non tanto l'immagine di una figura storica quanto quella di una persona, arrivando a mostrarci Maria Antonietta per quella che probabilmente era: una ragazzina infantile, viziata, leggera, discola.
La prova che, a prescindere dall'epoca e dalla teorie sull'infanzia, certi bambini si sono comportati da bambini in modo universale: Maria Antonietta tredicenne è sciocca come le bimbe moderne, che se fosse stata una millenial non l'avresti schiodata da instagram neanche a pagarla.
(E non è una critica ai giovani d'oggi: siamo stati tutti profondamente idioti da adolescenti, in un modo o in un'altro)
Già nella tredicenne è manifesto il grave pericolo di un carattere che tutto potrebbe e nulla realmente vuole.

Vivace e graziosa, con un tasso di attenzione pari a zero, questa principessa austriaca era quanto di più normale esistesse al mondo, di una normalità in grado di trascendere le epoche, e per questo più leggevo più trovavo azzeccato il titolo originale: Ritratto di una donna media. In effetti mi sento di dire che oltre che a Maria Antonietta, Zweig ha donato dignità anche al concetto di persona media: quella che restituisce al pubblico è una donna la cui colpa - come del marito - non fu la crudeltà verso il popolo ma l'incapacità di capire come stessero mutando i tempi, che riuscì a tirare fuori la grandezza solo quando costretta dalle circostanza... e dice anche che essere morti bene non azzera il conto degli errori, così come riconoscerli non diminuisce il valore di una persona. Anzi, cancellarli è una mancanza di rispetto molto maggiore.
Stefan Zweig spiega bene come Maria Antonietta e Luigi XVI fossero, semplicemente, i sovrani meno adatti a regnare in Francia in quel periodo turbolento: indeciso e insicuro lui, sciocca svampita lei, si vede come questa corte trincerata nella tradizione, autoesiliata a Versailles, lontana da tutto, non si sia resa conto di come stesse cambiando il suo popolo finché non fu troppo tardi.
E si vede come, nel caso della regina, il "troppo tardi" fu affrettato di sua mano: Maria Antonietta ci viene mostrata come una ragazzina prima, e una giovane donna poi, affamata di vita, di divertimento, di cose belle. Incapace di fermarsi a riflettere - e in una posizione tale in cui nessuno poteva obbligarla a farlo - ha tirato troppo la corda, dando per scontato che sarebbe stata sempre amata e che tutto le fosse dovuto per grazia divina. E non è un modo di dire: ne era sinceramente convinta, a tal punto che buttò da parte tutti gli avvertimenti.
In tal senso è stato quasi inquietante leggere i brani delle lettere di Maria Teresa - che provò a educare la figlia a distanza per tutta la vita - in cui cerca di porre un freno alla sua irruenza, ai suoi eccessi, ricordandole i doveri e il decoro di una sovrana, e spiegandole senza mezzi termini che la condotta della corte di Francia poterà al disastro, e che alienarsi simpatie di aristocrazia, clero, borghesia e popolo non è proprio la linea di condotta più intelligente.
Come potrà reggersi una monarchia senza monarca, un trono circondato di sole comparse, che non sentono il pensiero monarchico nel sangue, e neppure nel cervello o nel cuore? Un cencio e una sventata, l'uno troppo pavido, l'altra troppo sconsiderata: come difenderanno quei due la dinastia minacciata da una nuova era tempestosa? In fondo la vecchia imperatrice non è indignata contro la figlia: è atterrita per lei.

Ma come può una madre che vive in una nazione tenere a freno una figlia che è regina di un'altra? Non può, tanto più che Maria Antonietta, soprattutto all'inizio, in Francia non ci stava bene: le corti erano troppo diverse, l'etichetta francese rigidissima, e la povera delfina tanti guai li ha involontariamente causati cercando la fuga, cercando di costruire un piccolo angolo di mondo in cui nascondersi ed essere sé stessa, con amicizie fidate nate dal cuore e non dal rango.
Tanto umanamente comprensibile quanto suicidio politico.
Ma non è solo la regina ad essere descritta: anche coloro che le girano intorno ci vengono mostrati con grande umanità, e devo dire che questa volta non ho trovato ciò che mi aveva dato fastidio nella biografia di Maria Stuarda: la mia più grossa riserva era stata il trattamento riservato ad Elisabetta I, mostrata in una luce negativa apparentemente per la colpa di essere una donna in grado di governare; ma qui mi sono dovuta ricredere: Maria Teresa è descritta come un formidabile capo di stato oltre che donna equilibratissima... quindi non credo che Zweig avesse problemi con le donne in posizioni di potere ma inizio a pensare che - secondo lui - la vita sessuale delle persone (o la sua mancanza) avesse pesanti ripercussioni sulla psiche: Elisabetta era la Regina vergine, e da lui viene descritta come isterica; mentre per Maria Antonietta collega gli eccessi e l'irrequietezza della gioventù con la castità forzata dei primi sette anni di matrimonio, così come mette in correlazione l'impotenza di Luigi XVI con la sua timidezza, insicurezza e il desiderio di accontentare i capricci della moglie.

Zweig, col suo stile poetico ed evocativo, all'apparenza incompatibile con il genere delle biografie, riesce ad enfatizzare le tragiche ironie della vita e della Storia: sottolinea infatti come, tristemente, proprio nel momento in cui Maria Antonietta inizia a crescere e a calmarsi, il mondo inizia a ribollire. E così come, fino a questo momento, ci ha descritto la regina, così ci descrive la Rivoluzione: un'animale strano, una bestia primordiale, di cui sono in balia sovrani e rivoluzionari perché - sostanzialmente - ha creato il concetto di rivoluzione come lo intendiamo noi.
Possiamo davvero fare colpa a Luigi XVI di non aver compreso una cosa che fino a quel momento non esisteva? Dobbiamo sorprenderci se i rivoluzionari hanno perso il controllo del potere da loro scatenato?
Alla fine erano persone alle prese con un concetto, e così come Maria Antonietta della rivoluzione vedrà e capirà solo le violenze, così i suoi avversari vedranno della monarchia solo gli sprechi e gli abusi.
Poiché vede soltanto la violenza, Maria Antonietta non crede alla libertà; poiché guarda soltanto la creatura, non intuisce l'idea che sta invisibile dietro questo selvaggio sovvertimento universale.

La parte relativa alla Rivoluzione Francese vera e propria è bella quanto la prima: vedere il mutamento di Maria Antonietta darebbe soddisfazione, se non ci fosse a monte la consapevolezza che andrà a finire malissimo, se non ci fosse la rabbia nata da aver visto tutte le occasioni sprecate fino a quel momento, e quelle che lo saranno.
Ci sono momenti da film - con tre diversi tentativi di fuga falliti - e la voglia di picchiare qualcuno perché fanno errori così tanto, ma così tanto stupidi, anche nei momenti in cui sarebbe possibile salvare ancora qualcosa.
Ho apprezzato in particolare tre cose: la prima è come si veda bene che Maria Antonietta e Luigi XVI fossero, per certi versi, delle vittime: ciò che hanno fatto, non l'hanno fatto cattiveria quanto per stupidità e miopia. Questo non li assolve, ma rende complicato - per chi li conobbe in prigionia - odiarli fino in fondo. La seconda è una diretta conseguenza della prima: proprio per questo si capisce che la Rivoluzione ad un certo punto è diventata una valanga che ha travolto un po' tutto e tutti, quasi impossibile da governare e malapena contenuta col sangue e col terrore.
La terza è Fersen, che poretto mi è sempre stato un po' sull'anima perché era nel mezzo della mia ship infantile: finalmente l'ho visto come persona vera e non come personaggio. Un uomo profondamente innamorato, che fece di tutto per proteggere la reputazione della regina prima, durante e dopo, e che mai si perdonerà il non averla saputa salvare.
Non ho neppure la forza di esprimere quello che sento; darei la vita per salvarla e non lo posso fare; la mia più grande felicità sarebbe morire per lei e per la sua salvezza.

Non penso di poter dire altro su questo libro, se non leggetelo: io l'ho trovato meraviglioso, ma preferisco chiudere con le parole di Stefan Zweig stesso con cui descrive la sua opera:
Il principio fondamentale di ogni feconda analisi psicologica è nulla divinizzare, ma tutto umanizzare; non scusare con argomenti artificiosi, ma spiegare: ecco il suo compito. Esso venne tentato qui per un carattere mediocre, che deve la sua importanza solo a un destino senza pari e la sua interiore grandezza a una sventura senza limiti, per un carattere che (almeno io spero) merita l'interessamento e la comprensione del nostro tempo senza alcuna esaltazione, proprio soltanto per la sua limitazione di povera creatura terrena.

4 commenti:

  1. Adoro tantissimo la figura di Maria Antonietta e questo libro sembra fin troppo bello. Recensione fantastica! Soprattutto perché hai reso perfettamente gli aspetti che il libro tratta e sono d'accordo con te, da quello che hai spiegato mi sembra più adatto il titolo originale.

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    1. Grazie dei complimenti ^\\\^
      Se ti piace Maria Antonietta questo libro è praticamente un must *^*

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  2. Bellissima recensione! *_* Corro a segnarmi il titolo!!!!! :)

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