Non sono la spettatrice più costante dell'Arrowverse: Arrow l'ho abbandonato tipo alla seconda stagione, Legends of Tomorrow alla terza, Supergirl alla seconda.
In pratica ogni tanto mi faccio il recuperone di Flash e seguo con semi-costanza Black Lighting su Netflix.
Tuttavia da qualche mese c'è stato un cambiamento: Crisis on Infine Earths, il nuovo evento crossover con ha una lista tale di camei che niente, sto cercando di recuperare il recuperabile per essere pronta e non sarò pronta: ci saranno tutti gli show a tema DC della CW; Tom Welling ed Erica Durance di nuovo nei panni di Clark e Lois; Kevin Conroy (doppiatore di Batman nella serie animata anni '90) come Bruce Wayne del futuro; Brandon Routh che farà di nuovo Superman; Ashley Scott tornerà come Helena Kyle (direttamente dalla vecchia serie Birds of Prey); Burt Ward (il Robin della serie anni '60) confermato in un ruolo non ancora annunciato, questo... aggiungiamo insistenti rumors sulla presenza di Lucifer, dei Titans e forsemagarisperiamo di Mark Hamill come Joker. E, per il momento tristezza, la conferma che se Adam West fosse stato ancora vivo avrebbero tirato a bordo pure lui.
Ho giusto un filo di hype.
Comunque ho deciso di iniziare la nuova serie a tema super-eroi dell'Arrowverse, per fare almeno finta di mettermi in pari, ed eccomi qui a commentare l'inizio di Batwoman.
Ammetto subito la mia ignoranza: nell'Arrowverse ci sta il multiverso e non ho la più pallida idea di quale sia la Terra su cui si trova la nostra protagonista, Kate Kane... posso solo dedurre che non sia quella di Kara perché lì Batman è ancora in attività, mentre qui non più di tanto.
Nel mondo di Batwoman, infatti, Batman (e Bruce Wayne) sono scomparsi da circa tre anni lasciando Gotham City in balia dei classici criminali fuori di testa. La polizia non è in grado di mantenere l'ordine e il lavoro di sicurezza è lasciato principalmente ai Corvi, un gruppo paramilitare privato che - stranamente - non è gestito da un pazzo furioso.
La protagonista della serie è Kate Kane, che si presenta subito con un passato tormentato: la madre e la sorella sono morte in un incidente d'auto in cui solo lei è sopravvissuta e che Batman (presente sul luogo) avrebbe potuto evitare, da adulta è stata cacciata dall'esercito in quanto omosessuale mentre Sophie, la donna che ama, l'ha pugnalata alle spalle per non essere espulsa pure lei.
E l'amato cugino più grande è sparito da tre anni senza dire una parola. Già, perché Kate Kane è la cuginetta di Bruce Wayne.
Long story short, a Gotham si presenta una nuova banda di lunatici, guidati dalla schizzatissima Alice, e per provare a fermarla Kate non solo scopre che Bruce è/era Batman, ma si ritrova a vestire i panni del nuovo pipistrello della città.
La serie, devo dirlo, non è chissà quale capolavoro: è cupa, mette in scena una buona dinamica familiare visto che il padre di Kate, Jacob, è il leader dei Corvi che detesta Batman e affini per non aver salvato la sua famiglia; poi c'è Sophie - grande amore perduto di Kate - che è il braccio destro di Jacob; Mary, la sorellastra di Kate che cerca disperatamente di costruire un rapporto con lei e (per me) è uno dei migliori personaggi della serie. Dall'altro lato, però, abbiamo la maggior parte dei difetti degli show targati cw: scene di combattimento meh nella migliore delle ipotesi, tematiche sbattute in faccia come se ti stessero prendendo a martellate, dialoghi che chi mai parlerebbe così, sul serio.
Però intrattiene: Kate è un'eroina credibile, dark ma meno seriosa di Bruce, e una cosa che sinceramente apprezzo è che non hanno calcato la mano in modo eccessivo sul fatto che sia donna e che sia lesbica (è un cringe che hanno deciso di concentrare tutto nel trailer).
A reader lives a thousand lives before he dies. The man who never reads lives only one.
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venerdì 29 novembre 2019
venerdì 7 giugno 2019
Good Omens
Voi mi conoscete: sapete che parto spesso con aspettative basse per evitare la delusione, salvo restarci male lo stesso. E un adattamento di Good Omens/Buona Apocalisse a tutti! è un progetto che arriva già con un peso notevole sulle spalle.
Ho visto i primi due episodi e posso dire una cosa: stavolta avevo altissime aspettative, e sono state superate tutte.
Mi piacerebbe dire che la trama è conosciuta, ma la realtà è che il libro è degli anni '90, da noi è arrivato più di un decennio dopo, e lo stanno ristampando ora per cavalcare la scia della serie.
Azaphrel è un angelo che vive sulla Terra, il cui compito è tenere d'occhio i mortali e assicurarsi che le forze del male non prendano il sopravvento. Crowley è un demone che vive sulla Terra, il cui compito è tentare i mortali e assicurarsi che le forze del bene non prendano il sopravvento.
Azaphrel e Crowley assolutamente non hanno imparato ad amare la Terra, assolutamente non si conoscono, assolutamente non sono amici, e assolutamente non hanno raggiunto un accordo per far sì che le cose proseguano senza troppi impicci. Anche perché gli umani hanno il libero arbitrio, e tendono a fare molto bene e molto male in totale autonomia.
Solo che ai piani alti decidono che è il momento di far iniziare l'Apocalisse, e il piano disperato dei nostri eroi per salvare il mondo si scontra con un non indifferente problema: hanno perso l'Anticristo, e mancano due giorni all'Armageddon.
Non c'è molto altro da dire, quindi passerò a tutte le cose che come lettrice mi hanno fatto esplodere di gioia: partiamo dal cast.
Io sono un'eretica, nel senso che quando l'hanno annunciato non mi piaceva per nulla, in particolare David Tennant come Crowley (sì, lo so). Bene, posso dire che raramente mi sono sbagliata così tanto: sono tutti perfetti, in particolare sto apprezzando Michael Sheen nei panni di Azaphrel e Frances McDornan come voce di Dio. Anche le foto dal set mi erano sembrate un po' strane, con un che di cheap, e nulla, pure qui nel torto più totale visto che l'estetica scelta si sposa perfettamente coi toni della storia.
La colonna sonora è esattamente quella che mi sarei immaginata (i Queen!), sono riusciti a ricreare la stessa isterica follia del libro, e quando non è stato possibile hanno optato per una follia diversa, ma simile nell'anima. In più c'è il valore aggiunto del narratore, perché avercelo messo permette sia di avere citazioni, sia di inserire qualcosa di molto simile alle note a margine tipiche di Pratchett.
E a questo punto non so come considerare Azaphrel e Crowley: nel libro la ship partiva praticamente da sola, ma qui... non riesco neanche a capire se è un sottotesto o semplicemente così palese che non serve essere espliciti.
Guardatelo e amatelo, leggetelo e amatelo.
Se rimane a questi livelli per tutti e sei gli episodi sarà tutto quello che avrei voluto e anche di più.
E anche se non ho mai conosciuto Terry Pratchett, spero davvero che gli sia piaciuto, ovunque sia.
ps: se vi sembra la versione sotto acidi di Supernatural, è perché gli sceneggiatori hanno letto il libro. E American Gods. E Neil Gaiman in generale.
Terry wrote to me and he said, "I know how busy you are but there’s nobody else with the passion for, and the understanding of the old girl, that you have and I have. And I can’t do it, so you have to because I want to see it."
In the 30 odd years of our friendship, Terry had never asked me for anything before. That was the first thing he’d ever actually asked for.
He was a very proud man. He didn’t ask for things, he liked things to turn up unasked for. He would order, but he didn’t ask. And he asked and then he died, and now it was a last request.
So I made it with my agenda to be, I want to make a Good Omens Terry Pratchett would like. Which is a really interesting place because normally you’re going, what would the general audience like? What would America like? What would the world like? In this one, it’s just I’m making this for Terry. I have a ridiculous number of millions of dollars to make a show for one person and he happens to be dead, and I hope he likes it. - Neil Gaiman
In the 30 odd years of our friendship, Terry had never asked me for anything before. That was the first thing he’d ever actually asked for.
He was a very proud man. He didn’t ask for things, he liked things to turn up unasked for. He would order, but he didn’t ask. And he asked and then he died, and now it was a last request.
So I made it with my agenda to be, I want to make a Good Omens Terry Pratchett would like. Which is a really interesting place because normally you’re going, what would the general audience like? What would America like? What would the world like? In this one, it’s just I’m making this for Terry. I have a ridiculous number of millions of dollars to make a show for one person and he happens to be dead, and I hope he likes it. - Neil Gaiman
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| La prima. E non sto piangendo. |
Mi piacerebbe dire che la trama è conosciuta, ma la realtà è che il libro è degli anni '90, da noi è arrivato più di un decennio dopo, e lo stanno ristampando ora per cavalcare la scia della serie.
Azaphrel è un angelo che vive sulla Terra, il cui compito è tenere d'occhio i mortali e assicurarsi che le forze del male non prendano il sopravvento. Crowley è un demone che vive sulla Terra, il cui compito è tentare i mortali e assicurarsi che le forze del bene non prendano il sopravvento.
Azaphrel e Crowley assolutamente non hanno imparato ad amare la Terra, assolutamente non si conoscono, assolutamente non sono amici, e assolutamente non hanno raggiunto un accordo per far sì che le cose proseguano senza troppi impicci. Anche perché gli umani hanno il libero arbitrio, e tendono a fare molto bene e molto male in totale autonomia.
Solo che ai piani alti decidono che è il momento di far iniziare l'Apocalisse, e il piano disperato dei nostri eroi per salvare il mondo si scontra con un non indifferente problema: hanno perso l'Anticristo, e mancano due giorni all'Armageddon.
Non c'è molto altro da dire, quindi passerò a tutte le cose che come lettrice mi hanno fatto esplodere di gioia: partiamo dal cast.
Io sono un'eretica, nel senso che quando l'hanno annunciato non mi piaceva per nulla, in particolare David Tennant come Crowley (sì, lo so). Bene, posso dire che raramente mi sono sbagliata così tanto: sono tutti perfetti, in particolare sto apprezzando Michael Sheen nei panni di Azaphrel e Frances McDornan come voce di Dio. Anche le foto dal set mi erano sembrate un po' strane, con un che di cheap, e nulla, pure qui nel torto più totale visto che l'estetica scelta si sposa perfettamente coi toni della storia.
La colonna sonora è esattamente quella che mi sarei immaginata (i Queen!), sono riusciti a ricreare la stessa isterica follia del libro, e quando non è stato possibile hanno optato per una follia diversa, ma simile nell'anima. In più c'è il valore aggiunto del narratore, perché avercelo messo permette sia di avere citazioni, sia di inserire qualcosa di molto simile alle note a margine tipiche di Pratchett.
E a questo punto non so come considerare Azaphrel e Crowley: nel libro la ship partiva praticamente da sola, ma qui... non riesco neanche a capire se è un sottotesto o semplicemente così palese che non serve essere espliciti.
Guardatelo e amatelo, leggetelo e amatelo.
Se rimane a questi livelli per tutti e sei gli episodi sarà tutto quello che avrei voluto e anche di più.
E anche se non ho mai conosciuto Terry Pratchett, spero davvero che gli sia piaciuto, ovunque sia.
ps: se vi sembra la versione sotto acidi di Supernatural, è perché gli sceneggiatori hanno letto il libro. E American Gods. E Neil Gaiman in generale.
venerdì 24 maggio 2019
Chernobyl
Ma parliamo del telefilm: da qualche settimana la HBO ha iniziato a trasmettere una miniserie che racconta quello che è successo dal momento in cui il reattore è esploso a non ho ben capito quando, ed è una serie che sto trovando eccellente nel comparto tecnico, interessantissima nella storia, e straziante a livello emotivo: è strano vedere una "storia" del genere, sapendo che il 90% dei personaggi sono persone reali, sapendo che ci sono ancora persone che quel disastro l'hanno vissuto, che ancora c'è chi ne paga le conseguenze. Ed è una situazione di cui gli autori sono consapevoli: non c'è una spettacolarizzazione dell'accaduto, noi l'esplosione neanche la vediamo, e anche quando inizieranno ad esserci le devastanti conseguenze dell'avvelenamento da radiazioni le vedremo sì in modo crudo, ma mai gratuito.
La storia segue, fondamentalmente, gli eventi: il modo in cui l'Unione Sovietica ha affrontato la crisi, che non è certo facile da mostrare senza cadere nei facili giudizi perché... perché il regime non voleva che si sapesse e fino all'ultimo ha cercato di nascondere l'incidente come se non fosse successo nulla, al punto da non avvisare il resto dell'Europa e ammettendolo solo quando - qualche giorno dopo - la nube radioattiva si presentò più o meno ovunque nel continente.
Quindi noi vediamo un governo che nega, che una volta risolta la crisi immediata non vuole che si indaghi sulle cause, che da un lato concede ogni cosa necessaria a salvare il salvabile ma dall'altro ha il braccino corto per minimizzare - anche con sé stesso - la portata dell'accaduto.
Ma vediamo anche chi fu incaricato di gestire la crisi, e fece letteralmente di tutto, il possibile e l'impossibile, per evitare una catastrofe ancora maggiore. Vediamo persone che si sono sacrificate, sapendo che andavano a morire, per far sì che l'incidente di Chernobyl fosse tragico ma non apocalittico. Vediamo persone che vanno a morire perché forse potrebbe peggiorare ancora, ma se lo farà senza un piano B moriranno a milioni, e poi scopri che quel particolare scenario non si presenterà ed è stato un sacrificio necessario ma inutile.
Una tragedia vera e propria, a cui si aggiungono avvenimenti semplicemente assurdi... ad esempio, sapevate che mentre tutti si adoperavano per spegnere il reattore 4 e scongiurare il più che concreto rischio che tutta la centrale saltasse in aria in una bellissima esplosione nucleare, i reattori 1,2 e 3 erano ancora funzionanti?
Torniamo alla mera finzione: dal punto di vista tecnico la ricostruzione degli ambienti d'epoca è spettacolare, la colonna sonora fa venire i brividi. Tutto il primo episodio è girato come un film dell'orrore, con un mostro che sta per arrivare a uccidere i protagonisti e tu soffri come un cane perché sai con cosa stanno combattendo ma loro manco per nulla.
Il cast è un qualcosa di incredibile: Jared Harris, Emily Watson, Stellan Skarsgard...
Insomma, penso si sia capito che questa miniserie non è che la consiglio, di più: dal 10 giugno sarà trasmessa anche qui da noi, e io già so che mi prenderò il cofanetto appena esce.
sabato 6 aprile 2019
Miracle Workers
Ogni tanto mi riesce di recuperare qualcosa dalla lista infinita dei pilot interessanti.
Miracle Workers è una miniserie che ha attirato il mio interesse per un unico motivo: c'è Daniel Radcliffe, uno che ha rischiato di restare imprigionato in un ruolo mainstream che invece si è costruito una carriera di tutto rispetto nel cinema indipendente. Poi però ho letto la trama, e ho capito che era destino a prescindere da tutto.
La nostra storia è ambientata alla Heaven Inc., che non è un'industria dal nome altisonante bensì il vero e proprio Paradiso, dove gli angeli lavorano per garantire il corretto funzionamento della Terra, nonostante la presenza di un ostacolo che rallenta il loro operato e diminuisce la loro efficienza: Dio.
Dio, trasandato ubriacone con il senso pratico di un bambino con deficit d'attenzione, ha smesso di preoccuparsi della sua creazione e si sa, una multinazionale senza un leader è destinata al fallimento - e infatti non è che le cose qui sulla Terra vadano proprio benissimo.
Il vero problema, però, è che Dio ritiene ormai impossibile salvare la situazione e decide quindi di distruggere il pianeta e ripartire da zero. Ma non ha fatto i conti con i nostri eroi.
Eliza è un giovane angelo idealista che - in virtù del suo voler cambiare le cose in meglio - viene assegnata al dipartimento preghiere esaudite, dove lavora un unico angelo - il nevrotico Craig - che deve rispondere a tutte le preghiere del mondo. Vedete, Eliza riesce a scommettere con Dio che se lei e Craig ce la faranno ad esaudire una preghiera impossibile in due settimane, il pianeta sarà salvo. La preghiera? Far mettere insieme Sam e Laura, due ragazzi imbranatissimi e timidissimi che già si piacciono.
Questa è una serie dove, nonostante abbia chiamato a raccolta tutta la buona volontà e imparzialità di cui sono dotata, non riesco a trovare difetti degni di ntoa, che non è un capolavoro solo perché non punta ad esserlo e perché ho visto e non ho dimenticato Galavant: il cast è fantastico (Steve Buscemi nei panni di Dio è geniale), la trama scommette tutto non sui drammi vari ma sull'assurdità della premessa, il modo in cui Eliza e Craig manipolano gli eventi (con conseguenze terrificanti e ridicole insieme) a me fa morire dalle risate... per non parlare di Sam e Laura, che sono super-adorabili ma anche la coppia peggiore da dover far mettere insieme in tempi brevi.
E brevi sono anche gli episodi: 25 minuti che scivolano via che è un piacere, e senza tempi morti.
Adorabile, divertente, e consigliatissima.
Miracle Workers è una miniserie che ha attirato il mio interesse per un unico motivo: c'è Daniel Radcliffe, uno che ha rischiato di restare imprigionato in un ruolo mainstream che invece si è costruito una carriera di tutto rispetto nel cinema indipendente. Poi però ho letto la trama, e ho capito che era destino a prescindere da tutto.
La nostra storia è ambientata alla Heaven Inc., che non è un'industria dal nome altisonante bensì il vero e proprio Paradiso, dove gli angeli lavorano per garantire il corretto funzionamento della Terra, nonostante la presenza di un ostacolo che rallenta il loro operato e diminuisce la loro efficienza: Dio.
Dio, trasandato ubriacone con il senso pratico di un bambino con deficit d'attenzione, ha smesso di preoccuparsi della sua creazione e si sa, una multinazionale senza un leader è destinata al fallimento - e infatti non è che le cose qui sulla Terra vadano proprio benissimo.
Il vero problema, però, è che Dio ritiene ormai impossibile salvare la situazione e decide quindi di distruggere il pianeta e ripartire da zero. Ma non ha fatto i conti con i nostri eroi.
Eliza è un giovane angelo idealista che - in virtù del suo voler cambiare le cose in meglio - viene assegnata al dipartimento preghiere esaudite, dove lavora un unico angelo - il nevrotico Craig - che deve rispondere a tutte le preghiere del mondo. Vedete, Eliza riesce a scommettere con Dio che se lei e Craig ce la faranno ad esaudire una preghiera impossibile in due settimane, il pianeta sarà salvo. La preghiera? Far mettere insieme Sam e Laura, due ragazzi imbranatissimi e timidissimi che già si piacciono.
Questa è una serie dove, nonostante abbia chiamato a raccolta tutta la buona volontà e imparzialità di cui sono dotata, non riesco a trovare difetti degni di ntoa, che non è un capolavoro solo perché non punta ad esserlo e perché ho visto e non ho dimenticato Galavant: il cast è fantastico (Steve Buscemi nei panni di Dio è geniale), la trama scommette tutto non sui drammi vari ma sull'assurdità della premessa, il modo in cui Eliza e Craig manipolano gli eventi (con conseguenze terrificanti e ridicole insieme) a me fa morire dalle risate... per non parlare di Sam e Laura, che sono super-adorabili ma anche la coppia peggiore da dover far mettere insieme in tempi brevi.
E brevi sono anche gli episodi: 25 minuti che scivolano via che è un piacere, e senza tempi morti.
Adorabile, divertente, e consigliatissima.
venerdì 22 marzo 2019
Northern Rescue
I drammi familiari sono uno dei miei tanti guilty pleasure: nei libri, per esempio, ogni tanto mi capita di leggere qualcosa di Jodi Picoult, e un modo sicuro per attirarmi sui gialli (in qualsiasi media) è promettermi una grande attenzione sul dramma umano.
Ci sono serie che hanno elevato il genere, come This is us, o quelli che il mondo ha amato ma per me erano guilty pleasure, come Everwood.
Poi c'è Northern Rescue, una serie così brutta che perfino io che ho visto Aftermath ho rinunciato.
Sulla carta le qualità per piacermi c'erano tutte: i West sono la classica famiglia da telefilm americano. Il padre John è un vigile del fuoco, la moglie Sarah non ho capito cosa fa se non essere perfetta, i tre figli si dividono nella classica triade figlia adolescente (Maddie) ribelle in conflitto coi genitori, figlio adolescente (Scout) sportivo, figlia minore (Tylor) genietto della famiglia, più la zia anticonformista Charlie. Ovviamente, come sempre accade in questo genere di storie, la madre muore per uno dei tumori più fulminanti della storia della tv, grazie anche ad un meraviglioso montaggio che non permette di capire cosa stia succedendo e che a una certa semplicemente taglia sul funerale.
Dopo la tragica perdita la famiglia si trasferisce nell'amena cittadina natale di John e Sarah, dove lui prende il comando della squadra di soccorso, ma siccome la sfiga li perseguita la casa della zia (che doveva ospitarli) brucia e per aiutarli la città gli permette di abitare in un parco acquatico abbandonato, sgombrato così bene che si sono dimenticati dentro un pinguino, che non si sa come non è morto di fame e che gli permettono di tenere tipo cane. O forse loro non hanno detto a nessuno che c'è un pinguino. Non ho ben capito.
Ora, ammetto che la storia del parco acquatico e del pinguino l'ho scoperta in corsa, sennò avrei quantomeno sospettato la natura trash della serie, ma nei due-tre episodi che ho visto (è su netflix, scorrono in automatico, ho pensato che magari si riprendeva) c'è l'epic fail: sono riusciti a prendere una premessa magari abusata ma sicuramente drammatica come la morte di una moglie, di una madre, di una sorella, per una malattia presentatasi all'improvviso, e a renderla il più vuota possibile. La sceneggiatura è atroce: nessun dialogo sembra naturale, nessun comportamento coerente con la perdita che i personaggi hanno subito (tipo che hanno scoperto la malattia della madre per via di uno svenimento improvviso, a una certa la figlia più piccola sviene dal nulla e nessuno è preoccupato). Sono tutti profondamente irritanti, scene che dovrebbero essere divertenti quadretti di famiglia che sono solo cattiverie gratuite (la figlia maggiore va da una psicologa per l'elaborazione del lutto, padre e fratelli fanno battute sul fatto che loro non pazzi), e l'impressione è che gli autori volessero essere super-impegnati e profondi in modo così sfacciato da rendere tutta la storia fastidiosa. Ma tanto, tanto fastidiosa.
Gli attori, poi, recitano veramente male. Non sono facce conosciute, quindi ammetto di non sapere se sono proprio cani a prescindere o se semplicemente non sono capaci di dirigerli e non hanno idea di cosa fare.
Alla fine posso riassumere ciò che ho visto di questa serie in una sola immagine.
Se netflix ve lo dovesse suggerire, state alla larga: non è neanche così trash da essere divertente.
Ci sono serie che hanno elevato il genere, come This is us, o quelli che il mondo ha amato ma per me erano guilty pleasure, come Everwood.
Poi c'è Northern Rescue, una serie così brutta che perfino io che ho visto Aftermath ho rinunciato.
Sulla carta le qualità per piacermi c'erano tutte: i West sono la classica famiglia da telefilm americano. Il padre John è un vigile del fuoco, la moglie Sarah non ho capito cosa fa se non essere perfetta, i tre figli si dividono nella classica triade figlia adolescente (Maddie) ribelle in conflitto coi genitori, figlio adolescente (Scout) sportivo, figlia minore (Tylor) genietto della famiglia, più la zia anticonformista Charlie. Ovviamente, come sempre accade in questo genere di storie, la madre muore per uno dei tumori più fulminanti della storia della tv, grazie anche ad un meraviglioso montaggio che non permette di capire cosa stia succedendo e che a una certa semplicemente taglia sul funerale.
Dopo la tragica perdita la famiglia si trasferisce nell'amena cittadina natale di John e Sarah, dove lui prende il comando della squadra di soccorso, ma siccome la sfiga li perseguita la casa della zia (che doveva ospitarli) brucia e per aiutarli la città gli permette di abitare in un parco acquatico abbandonato, sgombrato così bene che si sono dimenticati dentro un pinguino, che non si sa come non è morto di fame e che gli permettono di tenere tipo cane. O forse loro non hanno detto a nessuno che c'è un pinguino. Non ho ben capito.
Ora, ammetto che la storia del parco acquatico e del pinguino l'ho scoperta in corsa, sennò avrei quantomeno sospettato la natura trash della serie, ma nei due-tre episodi che ho visto (è su netflix, scorrono in automatico, ho pensato che magari si riprendeva) c'è l'epic fail: sono riusciti a prendere una premessa magari abusata ma sicuramente drammatica come la morte di una moglie, di una madre, di una sorella, per una malattia presentatasi all'improvviso, e a renderla il più vuota possibile. La sceneggiatura è atroce: nessun dialogo sembra naturale, nessun comportamento coerente con la perdita che i personaggi hanno subito (tipo che hanno scoperto la malattia della madre per via di uno svenimento improvviso, a una certa la figlia più piccola sviene dal nulla e nessuno è preoccupato). Sono tutti profondamente irritanti, scene che dovrebbero essere divertenti quadretti di famiglia che sono solo cattiverie gratuite (la figlia maggiore va da una psicologa per l'elaborazione del lutto, padre e fratelli fanno battute sul fatto che loro non pazzi), e l'impressione è che gli autori volessero essere super-impegnati e profondi in modo così sfacciato da rendere tutta la storia fastidiosa. Ma tanto, tanto fastidiosa.
Gli attori, poi, recitano veramente male. Non sono facce conosciute, quindi ammetto di non sapere se sono proprio cani a prescindere o se semplicemente non sono capaci di dirigerli e non hanno idea di cosa fare.
Alla fine posso riassumere ciò che ho visto di questa serie in una sola immagine.
Se netflix ve lo dovesse suggerire, state alla larga: non è neanche così trash da essere divertente.
venerdì 8 marzo 2019
The rising of the Shield Hero - The promised Neverland
E parliamo degli altri due anime che ho iniziato a seguire in questo periodo.
Non so quando è successo (forse da Sword Art Online?), ma è da qualche anno che ad ogni stagione esce l'anime dove i personaggi finiscono in un videogioco. Se devo essere onesta non ne ho mai seguito uno, e se devo essere del tutto onesta questo qui sono finita a vederlo per un tragico malinteso: credevo fosse uno di quelli dove gente del nostro mondo finisce in un universo fantasy (ho avuto un eccellente imprinting col genere, e pure il suo esatto opposto mi è piaciuto un sacco).
Ma andiamo con ordine: il nostro protagonista è Naofumi, uno studente universitario che - un bel giorno - viene trasportato in un mondo fantasy medioevale assieme ad altri tre ragazzi. I quattro sono stati chiamati in veste di eroi leggendari per salvare il regno dalle invasioni demoniache, ognuno di loro con un'arma mitologica: spada, lancia, arco e... scudo. Fin qui abbastanza nella norma, non fosse che diventa palese la componente "videogioco": i quattro possono usare solo ed unicamente le armi designate, per diventare più forti devono livellare sconfiggendo nemici, possono sbloccare abilità via via che vanno avanti (lo ammetto, il wtf è stato potente in me quando hanno cominciato a parlarne). Per Naofumi, però, iniziano altri problemi: tanto per cominciare lo scudo non è un'arma ergo per lui livellare è difficilissimo, ma soprattutto l'Eroe dello Scudo gode tradizionalmente di una pessima reputazione e per questo tutti lo trattano malissimo, al punto che una ragazza - per poterlo derubare - lo accusa di averla stuprata. E viene creduta.
Naofumi diventa perciò una persona chiusa e ostile, costretto a rimanere lì fino al compimento della profezia, e per sopravvivere decide di comprarsi una schiava, Raphtalia - che mi ha fatto capire che al 90% questo sarà pure un harem - da usare come forza bruta (i punti esperienza vengono divisi tra tutti i membri del party, così anche se i mostri li uccide lei diventa più forte pure lui) che ovviamente finisce per volergli un gran bene, e di base sono le avventure di un bad boy che deve imparare a fidarsi di nuovo degli altri.
Non è nulla di eclatante, però devo dire che nella sua semplicità ha il suo fascino: non è adorabile come My roommate is a cat, né cerca di strapparti l'anima come Dororo, ma i personaggi sono carini, la storia è rilassante, c'è la ship, e apprezzo che non cerchi di essere niente di più di una serie di intrattenimento senza troppi pensieri.
E poi la ragazza puccettosa che mena come un fabbro è un cliché che tende ad attirarmi, così come il tenebroso stronzo destinato alla protezione altrui.
Questo lo conoscevo di fama, e sapevo che mi sarebbe piaciuto. In effetti non ho comprato il manga proprio per quello: so che sembra un controsenso, ma lo spazio scarseggia, il budget è quello che è, e dovendo scegliere ho scelto Girl from the Other Side.
Emma, Ray e Norman sono tre bambini di undici anni. Sono orfani, ma la loro vita procede serena nell'orfanotrofio assieme ai loro 'fratelli', dove vengono accuditi con amore da Isabella, che considerano la loro mamma. La loro casa è in una piccola radura in mezzo ad un bosco, e per la loro protezione i piccoli non possono uscire dai confini dell'orfanotrofio se non nel giorno della loro adozione... e di adozioni ce ne sono tante, con gioia misto tristezza nel cuore dei bambini, anche perché chi se ne va - preso dalla nuova vita - non scrive mai, né manda sue notizie.
Peccato che sia tutta una menzogna: qualcosa di terribile è successo nel mondo, e i tre protagonisti scoprono che restare nell'orfanotrofio vuol dire morire entro i dodici anni. Possono solo provare a scappare, sperando che fuori ci sia un posto sicuro, da qualche parte. Un terra promessa.
Beh, questo è l'anime che mi ha quasi convinta a diventare vegetariana (in realtà mi piacerebbe molto esserlo, ma ho il non indifferente problema che le verdure non solo mi piacciono ma non mi saziano neppure). Se Dororo punta alla tragedia (lo nomino di nuovo perché è l'altro 'serio' che sto seguendo al momento), questo punta alla tensione: fin dall'inizio si capisce che nell'orfanotrofio c'è qualcosa che non va, ma per quanto tu ti aspetti qualcosa di molto simile a quello che poi succede... beh, succede in un modo che riesce comunque a cogliere di sorpresa.
E dopo la rivelazione diventa una guerra di intelletti, con ragazzi che cercano di anticipare le mosse degli avversari senza sapere dove siano e quali siano le informazioni in loro possesso, con il carico emotivo aggiunto dal fatto che sono bambini che hanno visto distrutto il loro piccolo mondo, e hanno scoperto di non potersi fidare non solo della loro mamma, ma dell'unico adulto presente nella loro vita, con la consapevolezza che non saranno salvati e che non c'è letteralmente nessuno a cui chiedere aiuto.
Purtroppo non posso dire molto altro senza cadere nello spoiler, ed essendo una serie che si basa molto sul mistero sarebbe criminale da parte mia sbottonarmi troppo.
Tecnicamente non è male, ma devo confessare di non essere una fan dello stile di disegno (ricalca il manga, non ci si può fare nulla).
The rising of the Shield Hero
Non so quando è successo (forse da Sword Art Online?), ma è da qualche anno che ad ogni stagione esce l'anime dove i personaggi finiscono in un videogioco. Se devo essere onesta non ne ho mai seguito uno, e se devo essere del tutto onesta questo qui sono finita a vederlo per un tragico malinteso: credevo fosse uno di quelli dove gente del nostro mondo finisce in un universo fantasy (ho avuto un eccellente imprinting col genere, e pure il suo esatto opposto mi è piaciuto un sacco).Ma andiamo con ordine: il nostro protagonista è Naofumi, uno studente universitario che - un bel giorno - viene trasportato in un mondo fantasy medioevale assieme ad altri tre ragazzi. I quattro sono stati chiamati in veste di eroi leggendari per salvare il regno dalle invasioni demoniache, ognuno di loro con un'arma mitologica: spada, lancia, arco e... scudo. Fin qui abbastanza nella norma, non fosse che diventa palese la componente "videogioco": i quattro possono usare solo ed unicamente le armi designate, per diventare più forti devono livellare sconfiggendo nemici, possono sbloccare abilità via via che vanno avanti (lo ammetto, il wtf è stato potente in me quando hanno cominciato a parlarne). Per Naofumi, però, iniziano altri problemi: tanto per cominciare lo scudo non è un'arma ergo per lui livellare è difficilissimo, ma soprattutto l'Eroe dello Scudo gode tradizionalmente di una pessima reputazione e per questo tutti lo trattano malissimo, al punto che una ragazza - per poterlo derubare - lo accusa di averla stuprata. E viene creduta.
Naofumi diventa perciò una persona chiusa e ostile, costretto a rimanere lì fino al compimento della profezia, e per sopravvivere decide di comprarsi una schiava, Raphtalia - che mi ha fatto capire che al 90% questo sarà pure un harem - da usare come forza bruta (i punti esperienza vengono divisi tra tutti i membri del party, così anche se i mostri li uccide lei diventa più forte pure lui) che ovviamente finisce per volergli un gran bene, e di base sono le avventure di un bad boy che deve imparare a fidarsi di nuovo degli altri.
Non è nulla di eclatante, però devo dire che nella sua semplicità ha il suo fascino: non è adorabile come My roommate is a cat, né cerca di strapparti l'anima come Dororo, ma i personaggi sono carini, la storia è rilassante, c'è la ship, e apprezzo che non cerchi di essere niente di più di una serie di intrattenimento senza troppi pensieri.
E poi la ragazza puccettosa che mena come un fabbro è un cliché che tende ad attirarmi, così come il tenebroso stronzo destinato alla protezione altrui.
The promised Neverland
Questo lo conoscevo di fama, e sapevo che mi sarebbe piaciuto. In effetti non ho comprato il manga proprio per quello: so che sembra un controsenso, ma lo spazio scarseggia, il budget è quello che è, e dovendo scegliere ho scelto Girl from the Other Side.Emma, Ray e Norman sono tre bambini di undici anni. Sono orfani, ma la loro vita procede serena nell'orfanotrofio assieme ai loro 'fratelli', dove vengono accuditi con amore da Isabella, che considerano la loro mamma. La loro casa è in una piccola radura in mezzo ad un bosco, e per la loro protezione i piccoli non possono uscire dai confini dell'orfanotrofio se non nel giorno della loro adozione... e di adozioni ce ne sono tante, con gioia misto tristezza nel cuore dei bambini, anche perché chi se ne va - preso dalla nuova vita - non scrive mai, né manda sue notizie.
Peccato che sia tutta una menzogna: qualcosa di terribile è successo nel mondo, e i tre protagonisti scoprono che restare nell'orfanotrofio vuol dire morire entro i dodici anni. Possono solo provare a scappare, sperando che fuori ci sia un posto sicuro, da qualche parte. Un terra promessa.
Beh, questo è l'anime che mi ha quasi convinta a diventare vegetariana (in realtà mi piacerebbe molto esserlo, ma ho il non indifferente problema che le verdure non solo mi piacciono ma non mi saziano neppure). Se Dororo punta alla tragedia (lo nomino di nuovo perché è l'altro 'serio' che sto seguendo al momento), questo punta alla tensione: fin dall'inizio si capisce che nell'orfanotrofio c'è qualcosa che non va, ma per quanto tu ti aspetti qualcosa di molto simile a quello che poi succede... beh, succede in un modo che riesce comunque a cogliere di sorpresa.
E dopo la rivelazione diventa una guerra di intelletti, con ragazzi che cercano di anticipare le mosse degli avversari senza sapere dove siano e quali siano le informazioni in loro possesso, con il carico emotivo aggiunto dal fatto che sono bambini che hanno visto distrutto il loro piccolo mondo, e hanno scoperto di non potersi fidare non solo della loro mamma, ma dell'unico adulto presente nella loro vita, con la consapevolezza che non saranno salvati e che non c'è letteralmente nessuno a cui chiedere aiuto.
Purtroppo non posso dire molto altro senza cadere nello spoiler, ed essendo una serie che si basa molto sul mistero sarebbe criminale da parte mia sbottonarmi troppo.
Tecnicamente non è male, ma devo confessare di non essere una fan dello stile di disegno (ricalca il manga, non ci si può fare nulla).
venerdì 22 febbraio 2019
The Passage
Nonostante mi sia ributtata nel mondo degli anime (e spero di trovare il tempo di parlare anche di The rising of the Shield Hero), in questo periodo ho deciso di provare a seguire una serie: The Passage, tratta dall'omonimo romanzo di Justin Cronin che ho letto e mi era pure piaciuto, ma di cui non ricordo nulla e - ora che ci penso - non ho mai completato la trilogia.
In questo caso direi che va benissimo: non posso fare confronti con l'opera originale e mi godo il viaggio dell'adattamento, con la vaga memoria di una storia che avevo apprezzato.
Di cosa parla questa serie? Fine del mondo, vampiri, virus in grado se non di spazzare via l'umanità di cambiarla profondamente. Di base un The Strain che quando si è trovato al bivio a girato verso la fantascienza e non verso l'horror, che detta così suona male ma fidatevi che The Passage il beneficio del dubbio lo merita.
Anche se ne parlerò in tono fortemente ironico.
Siamo nel nostro mondo al giorno d'oggi, un gruppo di scienziati ha deciso di provare a creare un farmaco in grado di curare tutti i mali partendo dal sangue di un uomo centenario che si narra viva in una foresta, solo che come sempre succede in questo tipo di storie, trovano un vampiro e parte il contagio.
Perché a chi non è mai successo di... creare i vampiri mentre cerca di creare l'aspirina?
I nostri intrepidi scienziati non si lasciano prendere dal panico - anche se forse dovrebbero - e usando il loro compagno contagiato (chiamiamolo paziente zero) decidono di provare a creare il farmaco comunque, usando come cavie umane dei condannati a morte. Che, ovviamente, finiscono tutti per trasformarsi in mostri assetati di sangue che potrebbero anche avere poteri mentali e potrebbero star manipolando l'intero staff della struttura. Ma gli scienziati non hanno ancora finito con le pessime idee: si rendono conto che più il soggetto è giovane, meno viene influenzato dal virus, e partoriscono la grandissima idea di iniettarlo in un bambino. Ma gli serve un bambino che nessuno cercherà mai.
E così mandano il nostro protagonista, l'agente Brad Wolgast, a prendere Amy Bellafonte.
La madre di Amy ha avuto la brillante idea di morire durante il week-end e anche se la piccola viene messa in urgenza in casa famiglia, un fascicolo su di lei sarà creato solo lunedì: c'è una finestra di due giorni in cui la bimba è virtualmente invisibile e può sparire senza lasciare traccia.
La convinzione di Brad riguardo la missione non è pervenuta, ma il nostro decide stoicamente di compiere il proprio lavoro... finché non si trova davanti Amy. La ragazzina è sveglia, capisce subito che c'è qualcosa che non va, è spaventata, non vuole andare con lui e il suo collega... Brad ci mette circa dodici secondi a decidere che - in effetti - rapire una bambina di dieci anni rimasta orfana da meno di 24 ore per usarla come cavia da laboratorio è una carognata, e a passare dalla parte del bene.
Roba che uno pensa che sia troppo improvviso, ma poi capisci che metterci dodici secondi a capire che rapire una bambina è una pessima idea sono pure troppi.
Sono molte le cose che per me funzionano in questo pilot: la trama, per quanto abbia dei punti cardine che si prestano benissimo ad una bonaria presa in giro, non è malvagia e riesce a mettere in piedi pure una buona atmosfera di tragedia inevitabile, come se qualsiasi cosa facciano i nostri sia inutile perché se anche Brad riuscisse a salvare Amy, rimane il fatto che i mostri ci sono e che la loro prigione appare sempre più labile via via che la storia procede.
Però a me ha incantata il rapporto tra Brad ed Amy: sono bellissimi insieme, e soprattutto si sono ricordati di dare alla bambina una personalità. Non hanno cercato di renderla adorabile: Amy è sì buffa, ma è anche una rompiscatole e un po' una maestrina (un atteggiamento che molte bambine di quell'età assumono, ergo l'ho trovato credibile), che prova a non farsi prendere dal panico ma sotto sotto è fragile, e che a una certa si rende conto che l'Agente che la sta proteggendo è un po' un disastro umano.
Non sono male neanche i vampiri, inquietantissimi ma con ancora una profondità umana che non si capisce quanto sia reale a quanto una manipolazione, e ho apprezzato che gli scienziati abbiano dei grossi dubbi su cosa stiano facendo e su quanto sia immorale tirarci dentro un bambino.
A me non sta dispiacendo, e ci sono anche un paio di scelte narrative che non avrei immaginato.
In questo caso direi che va benissimo: non posso fare confronti con l'opera originale e mi godo il viaggio dell'adattamento, con la vaga memoria di una storia che avevo apprezzato.
Di cosa parla questa serie? Fine del mondo, vampiri, virus in grado se non di spazzare via l'umanità di cambiarla profondamente. Di base un The Strain che quando si è trovato al bivio a girato verso la fantascienza e non verso l'horror, che detta così suona male ma fidatevi che The Passage il beneficio del dubbio lo merita.
Anche se ne parlerò in tono fortemente ironico.
Siamo nel nostro mondo al giorno d'oggi, un gruppo di scienziati ha deciso di provare a creare un farmaco in grado di curare tutti i mali partendo dal sangue di un uomo centenario che si narra viva in una foresta, solo che come sempre succede in questo tipo di storie, trovano un vampiro e parte il contagio.
Perché a chi non è mai successo di... creare i vampiri mentre cerca di creare l'aspirina?
I nostri intrepidi scienziati non si lasciano prendere dal panico - anche se forse dovrebbero - e usando il loro compagno contagiato (chiamiamolo paziente zero) decidono di provare a creare il farmaco comunque, usando come cavie umane dei condannati a morte. Che, ovviamente, finiscono tutti per trasformarsi in mostri assetati di sangue che potrebbero anche avere poteri mentali e potrebbero star manipolando l'intero staff della struttura. Ma gli scienziati non hanno ancora finito con le pessime idee: si rendono conto che più il soggetto è giovane, meno viene influenzato dal virus, e partoriscono la grandissima idea di iniettarlo in un bambino. Ma gli serve un bambino che nessuno cercherà mai.
E così mandano il nostro protagonista, l'agente Brad Wolgast, a prendere Amy Bellafonte.
La madre di Amy ha avuto la brillante idea di morire durante il week-end e anche se la piccola viene messa in urgenza in casa famiglia, un fascicolo su di lei sarà creato solo lunedì: c'è una finestra di due giorni in cui la bimba è virtualmente invisibile e può sparire senza lasciare traccia.
La convinzione di Brad riguardo la missione non è pervenuta, ma il nostro decide stoicamente di compiere il proprio lavoro... finché non si trova davanti Amy. La ragazzina è sveglia, capisce subito che c'è qualcosa che non va, è spaventata, non vuole andare con lui e il suo collega... Brad ci mette circa dodici secondi a decidere che - in effetti - rapire una bambina di dieci anni rimasta orfana da meno di 24 ore per usarla come cavia da laboratorio è una carognata, e a passare dalla parte del bene.
Roba che uno pensa che sia troppo improvviso, ma poi capisci che metterci dodici secondi a capire che rapire una bambina è una pessima idea sono pure troppi.
Sono molte le cose che per me funzionano in questo pilot: la trama, per quanto abbia dei punti cardine che si prestano benissimo ad una bonaria presa in giro, non è malvagia e riesce a mettere in piedi pure una buona atmosfera di tragedia inevitabile, come se qualsiasi cosa facciano i nostri sia inutile perché se anche Brad riuscisse a salvare Amy, rimane il fatto che i mostri ci sono e che la loro prigione appare sempre più labile via via che la storia procede.
Però a me ha incantata il rapporto tra Brad ed Amy: sono bellissimi insieme, e soprattutto si sono ricordati di dare alla bambina una personalità. Non hanno cercato di renderla adorabile: Amy è sì buffa, ma è anche una rompiscatole e un po' una maestrina (un atteggiamento che molte bambine di quell'età assumono, ergo l'ho trovato credibile), che prova a non farsi prendere dal panico ma sotto sotto è fragile, e che a una certa si rende conto che l'Agente che la sta proteggendo è un po' un disastro umano.
Non sono male neanche i vampiri, inquietantissimi ma con ancora una profondità umana che non si capisce quanto sia reale a quanto una manipolazione, e ho apprezzato che gli scienziati abbiano dei grossi dubbi su cosa stiano facendo e su quanto sia immorale tirarci dentro un bambino.
A me non sta dispiacendo, e ci sono anche un paio di scelte narrative che non avrei immaginato.
venerdì 15 febbraio 2019
My roommate is a cat - Dororo
Lo scarso tempo a disposizione di questo periodo mi sta rendendo difficoltoso non solo leggere, ma anche seguire serie televisive varie ed eventuali.
Le conseguenze sono state inizialmente tragiche, ma alla fine mi hanno spinta di nuovo verso un mio vecchio, grande amore. Gli anime.
Con episodi di 20 minuti circa l'uno, ho ritrovato qualcosa che riesco a seguire senza troppi problemi, perciò ecco a voi le due serie - iniziate questo inverno, stranamente non sono recuperi - che mi stanno tenendo compagnia in queste settimane.
E più diverse di così non si può.
Nella vita mi è capitato di essere gattara inside, e questo vuol dire che se c'è un felino in una storia, io devo leggerla/guardarla, ed è questo il profondissimo motivo che mi ha portata a seguire una serie che parla di un tizio che si prende un gatto.
In realtà la storia è un po' più complessa: Subaru Mikazuki è uno scrittore di 23 anni, che ha perso da poco i genitori in un incidente stradale. Il ragazzo è sempre stato introverso al limite del patologico: odia le persone e averci a che fare, fa del suo meglio per vivere chiuso in casa limitando i rapporti col mondo esterno il più possibile, e anche per i suoi libri si basa più sulla ricerca che sull'esperienza vera e propria.
Poi, un giorno, trova una gattina al cimitero e decide di portarsela a casa per usarla come fonte di ispirazione, e noi già sappiamo che sarà convertito dall'ovvia adorabilità del gatto, giusto?
Non proprio: l'anime mostra bene due cose, ossia che sul fronte felino siamo davanti ad una randagia che non si fida manco per nulla e - di base - rimane lì perché le danno da mangiare, e sul fronte umano che i problemi di Subaru non sono solo con le persone ma con qualunque cosa abbia una vita, tranne le piante. Forse.
Il rapporto tra i due si sviluppa pian piano, perché entrambi devono imparare a non essere più soli e condividere la quotidianità, e soprattutto convivere con un altro essere vivente costringe il ragazzo ad avere ad uscire dal suo guscio ed interagire con altre persone - deve comprare da mangiare alla micetta, deve portarla dal veterinario, si trova costretto a chiedere consiglio su cosa possa servirle o quale sia una dieta equilibrata per lei, e così facendo si trova ad entrare suo malgrado in quella grande famiglia di svitati che siamo noi possessori di un animale domestico, soprattutto quando ci crediamo tantissimo.
La cosa più interessante, però, è la struttura dell'episodio: le avventure sono piuttosto corte - anche per gli standard di un anime - perché gli ultimi dieci minuti le ripercorrono... ma dal punto di vista di Haru, la gatta, e noi possiamo quindi vedere come i due protagonisti non si capiscano per niente e diano significati completamente diversi alla stessa situazione.
Cosa che rende ancora più carino il momento in cui pensano la stessa cosa.
Si tratta di anime davvero adorabile e divertente, e mi piace come mostri che anche un piccolo cambiamento nella propria vita può spianare la strada ad un'evoluzione molto più grande.
E ora qualcosa di completamente diverso: se My roommate is a cat è cuoricini e feels, questo è dolore e sofferenza. Si tratta dell'adattamento di un manga del maestro Osamu Tezuka del 1967, e la trama è molto più complessa rispetto al "ragazzo adotta una micia" di prima: siamo nel periodo Sengoku, ossia quel simpatico momento della storia giapponese in cui c'erano tanti piccoli feudi costantemente in guerra tra loro. Noi vediamo un signorotto locale che per sopravvivere ed ottenere la grandezza decide di fare un patto coi demoni, senza però essere molto specifico nel prezzo da pagare: gli offre tutto ciò che vogliono.
E quelli accettano, prendendosi... pezzi del figlio primogenito: il bimbo nasce senza pelle, senza arti, senza i cinque sensi. Uno sgorbietto a cui, in pratica, hanno lasciato solo i capelli perché ancora non li aveva, che viene abbandonato a morire in quanto deforme.
Solo che non muore: viene trovato da un medico che crea protesi di legno (accettare il modo in cui funzionano richiede più sospensione dell'incredulità dell'accettare i demoni stessi), che lo battezza Hyakkimaru e decide di provare ad allevarlo. Ora, in una storia del genere è ovvio che il povero protagonista, dopo un inizio così schifoso, almeno qualche vantaggio deve averlo: Hyakkimaru è in grado di muoversi nel mondo vedendo le auree degli esseri viventi, ed è dotato di una forza spaventosa. È anche una calamita per ogni demone del Giappone, data la maledizione che l'ha colpito, ma c'è una via di fuga: quando uccide uno dei demoni che gli ha portato via qualcosa, la riprende.
In sostanza è la storia di un ragazzo cieco, sordo e muto che da la caccia ai demoni, e del bambino (Dororo) che decide di seguirlo perché ok, è forte, ma non ha la più pallida idea di come sia fatto il mondo.
Al di là del comparto tecnico - molto notevole - sto apprezzando i dettagli: è vero che ci sono i mostri, ma il grosso delle cose orrende lo fanno le persone; trovo interessante come si veda come la vita del padre di Hyakkimaru stia peggiorando mano a mano che i demoni con cui ha stretto il patto vengono uccisi; ma soprattutto mi piace come viene rappresentato il modo in cui Hyakkimaru reagisce al riprendersi parti di sé stesso: spesso e volentieri vuol dire diventare più debole - almeno finché non si abitua - perché sta lentamente passando dal non avere un'incolumità di cui preoccuparsi ad avere un corpo, e sentire il dolore. Per non parlare del più che realistico sovraccarico sensoriale quando riacquista l'udito.
Per ora davvero una bella serie che consiglio.
Le conseguenze sono state inizialmente tragiche, ma alla fine mi hanno spinta di nuovo verso un mio vecchio, grande amore. Gli anime.
Con episodi di 20 minuti circa l'uno, ho ritrovato qualcosa che riesco a seguire senza troppi problemi, perciò ecco a voi le due serie - iniziate questo inverno, stranamente non sono recuperi - che mi stanno tenendo compagnia in queste settimane.
E più diverse di così non si può.
My roommate is a cat
Nella vita mi è capitato di essere gattara inside, e questo vuol dire che se c'è un felino in una storia, io devo leggerla/guardarla, ed è questo il profondissimo motivo che mi ha portata a seguire una serie che parla di un tizio che si prende un gatto.In realtà la storia è un po' più complessa: Subaru Mikazuki è uno scrittore di 23 anni, che ha perso da poco i genitori in un incidente stradale. Il ragazzo è sempre stato introverso al limite del patologico: odia le persone e averci a che fare, fa del suo meglio per vivere chiuso in casa limitando i rapporti col mondo esterno il più possibile, e anche per i suoi libri si basa più sulla ricerca che sull'esperienza vera e propria.
Poi, un giorno, trova una gattina al cimitero e decide di portarsela a casa per usarla come fonte di ispirazione, e noi già sappiamo che sarà convertito dall'ovvia adorabilità del gatto, giusto?
Non proprio: l'anime mostra bene due cose, ossia che sul fronte felino siamo davanti ad una randagia che non si fida manco per nulla e - di base - rimane lì perché le danno da mangiare, e sul fronte umano che i problemi di Subaru non sono solo con le persone ma con qualunque cosa abbia una vita, tranne le piante. Forse.
Il rapporto tra i due si sviluppa pian piano, perché entrambi devono imparare a non essere più soli e condividere la quotidianità, e soprattutto convivere con un altro essere vivente costringe il ragazzo ad avere ad uscire dal suo guscio ed interagire con altre persone - deve comprare da mangiare alla micetta, deve portarla dal veterinario, si trova costretto a chiedere consiglio su cosa possa servirle o quale sia una dieta equilibrata per lei, e così facendo si trova ad entrare suo malgrado in quella grande famiglia di svitati che siamo noi possessori di un animale domestico, soprattutto quando ci crediamo tantissimo.
La cosa più interessante, però, è la struttura dell'episodio: le avventure sono piuttosto corte - anche per gli standard di un anime - perché gli ultimi dieci minuti le ripercorrono... ma dal punto di vista di Haru, la gatta, e noi possiamo quindi vedere come i due protagonisti non si capiscano per niente e diano significati completamente diversi alla stessa situazione.
Cosa che rende ancora più carino il momento in cui pensano la stessa cosa.
Si tratta di anime davvero adorabile e divertente, e mi piace come mostri che anche un piccolo cambiamento nella propria vita può spianare la strada ad un'evoluzione molto più grande.
Dororo
E ora qualcosa di completamente diverso: se My roommate is a cat è cuoricini e feels, questo è dolore e sofferenza. Si tratta dell'adattamento di un manga del maestro Osamu Tezuka del 1967, e la trama è molto più complessa rispetto al "ragazzo adotta una micia" di prima: siamo nel periodo Sengoku, ossia quel simpatico momento della storia giapponese in cui c'erano tanti piccoli feudi costantemente in guerra tra loro. Noi vediamo un signorotto locale che per sopravvivere ed ottenere la grandezza decide di fare un patto coi demoni, senza però essere molto specifico nel prezzo da pagare: gli offre tutto ciò che vogliono.E quelli accettano, prendendosi... pezzi del figlio primogenito: il bimbo nasce senza pelle, senza arti, senza i cinque sensi. Uno sgorbietto a cui, in pratica, hanno lasciato solo i capelli perché ancora non li aveva, che viene abbandonato a morire in quanto deforme.
Solo che non muore: viene trovato da un medico che crea protesi di legno (accettare il modo in cui funzionano richiede più sospensione dell'incredulità dell'accettare i demoni stessi), che lo battezza Hyakkimaru e decide di provare ad allevarlo. Ora, in una storia del genere è ovvio che il povero protagonista, dopo un inizio così schifoso, almeno qualche vantaggio deve averlo: Hyakkimaru è in grado di muoversi nel mondo vedendo le auree degli esseri viventi, ed è dotato di una forza spaventosa. È anche una calamita per ogni demone del Giappone, data la maledizione che l'ha colpito, ma c'è una via di fuga: quando uccide uno dei demoni che gli ha portato via qualcosa, la riprende.
In sostanza è la storia di un ragazzo cieco, sordo e muto che da la caccia ai demoni, e del bambino (Dororo) che decide di seguirlo perché ok, è forte, ma non ha la più pallida idea di come sia fatto il mondo.
Al di là del comparto tecnico - molto notevole - sto apprezzando i dettagli: è vero che ci sono i mostri, ma il grosso delle cose orrende lo fanno le persone; trovo interessante come si veda come la vita del padre di Hyakkimaru stia peggiorando mano a mano che i demoni con cui ha stretto il patto vengono uccisi; ma soprattutto mi piace come viene rappresentato il modo in cui Hyakkimaru reagisce al riprendersi parti di sé stesso: spesso e volentieri vuol dire diventare più debole - almeno finché non si abitua - perché sta lentamente passando dal non avere un'incolumità di cui preoccuparsi ad avere un corpo, e sentire il dolore. Per non parlare del più che realistico sovraccarico sensoriale quando riacquista l'udito.
Per ora davvero una bella serie che consiglio.
venerdì 2 novembre 2018
The Rookie
Non ho fatto in tempo a scrivere che con netflix questa rubrica rischiava di andare in pensione, che mi sono ritrovata a fare tre aggiornamenti in poco tempo.
Quanto mi piace inciampare nelle ultime parole famose.
Sono incappata in questa serie per caso, e ho deciso di guardarla per un unico, semplice motivo: Nathan Fillion, a cui vorrò sempre bene per essere stato Capitan Martello e, soprattutto, il capitano Malcolm Reynolds del mai troppo compianto Firefly.
Quindi nel momento in cui mi sono trovata davanti al suo nuovo progetto non sono riuscita a dire di no, e devo dire che per adesso non si tratta solo di voler sostenere un attore che apprezzo, ma anche di guardare una serie tranquilla che mi sta piacendo. Ma di che parla?
John Nolan è il nostro protagonista: è un uomo di quarant'anni che, all'alba del divorzio, si trova a dover decidere di nuovo che direzione dare alla sua vita. Amareggiato e consapevole che, alla sua età, le opportunità non sono proprio moltissime, rimane coinvolto in una rapina e lì ha l'illuminazione: diventare poliziotto.
La serie, fortunatamente, non segue le avventure di Nolan all'accademia, ma quando l'ha superata e diventa una recluta vera e propria, e viene accoppiato ad un poliziotto anziano per l'addestramento sul campo.
Come dicevo i primi due episodi mi sono piaciuti: il punto non è totalmente su Nolan ma anche sulle altre due reclute, col risultato che nonostante il trailer e il poster promozionale l'impressione è di essere di fronte ad una serie abbastanza corale.
L'età di Nolan non è il centro totale di tutto: si parla del fatto che a quarant'anni non è al massimo della forma fisica, così come il problema dato dal lavoro in sé per sé, che lo porta a correre verso situazioni di pericolo da cui è abituato a fuggire da tutta la vita, ma si vede anche che è un uomo che si impegna (e si è impegnato) moltissimo per non fallire, così come si vede che - nonostante tutto - c'è portato.
I problemi dei colleghi "anziani" con lui sono gestiti molto bene, nel senso che le battute e le prese in giro ci sono, ma mai in modo eccessivo, e lo stesso Nolan non si offende né rimane ferito: si capisce che lo sa anche lui, che non vanno a colpire nervi scoperti, mentre il risentimento del sergente è giustificato: considera Nolan un uomo con una crisi di mezza età che rischia di far ammazzare qualcuno, non uno che ha avuto altre priorità nella vita (aver messo incinta la fidanzata del college, con necessità di trovare lavoro immediatamente per provvedere al figlio) e non ha potuto pensare alle sue aspirazioni. Sto anche adorando il rapporto che ha con le altre due reclute: hanno fatto l'accademia insieme, e sono amici. I due più giovani non snobbano Nolan, si trattano proprio da pari a pari... forse perché anche gli altri due sono svantaggiati: Lucy Chen è una donna, Jackson West è un afroamericano e figlio di un pezzo grosso delle forze dell'ordine.
Insomma, è una serie carina che secondo me funziona molto meglio dell'ormai abbandonato Manifest.
Quanto mi piace inciampare nelle ultime parole famose.
Sono incappata in questa serie per caso, e ho deciso di guardarla per un unico, semplice motivo: Nathan Fillion, a cui vorrò sempre bene per essere stato Capitan Martello e, soprattutto, il capitano Malcolm Reynolds del mai troppo compianto Firefly.
Quindi nel momento in cui mi sono trovata davanti al suo nuovo progetto non sono riuscita a dire di no, e devo dire che per adesso non si tratta solo di voler sostenere un attore che apprezzo, ma anche di guardare una serie tranquilla che mi sta piacendo. Ma di che parla?
John Nolan è il nostro protagonista: è un uomo di quarant'anni che, all'alba del divorzio, si trova a dover decidere di nuovo che direzione dare alla sua vita. Amareggiato e consapevole che, alla sua età, le opportunità non sono proprio moltissime, rimane coinvolto in una rapina e lì ha l'illuminazione: diventare poliziotto.
La serie, fortunatamente, non segue le avventure di Nolan all'accademia, ma quando l'ha superata e diventa una recluta vera e propria, e viene accoppiato ad un poliziotto anziano per l'addestramento sul campo.
Come dicevo i primi due episodi mi sono piaciuti: il punto non è totalmente su Nolan ma anche sulle altre due reclute, col risultato che nonostante il trailer e il poster promozionale l'impressione è di essere di fronte ad una serie abbastanza corale.
L'età di Nolan non è il centro totale di tutto: si parla del fatto che a quarant'anni non è al massimo della forma fisica, così come il problema dato dal lavoro in sé per sé, che lo porta a correre verso situazioni di pericolo da cui è abituato a fuggire da tutta la vita, ma si vede anche che è un uomo che si impegna (e si è impegnato) moltissimo per non fallire, così come si vede che - nonostante tutto - c'è portato.
I problemi dei colleghi "anziani" con lui sono gestiti molto bene, nel senso che le battute e le prese in giro ci sono, ma mai in modo eccessivo, e lo stesso Nolan non si offende né rimane ferito: si capisce che lo sa anche lui, che non vanno a colpire nervi scoperti, mentre il risentimento del sergente è giustificato: considera Nolan un uomo con una crisi di mezza età che rischia di far ammazzare qualcuno, non uno che ha avuto altre priorità nella vita (aver messo incinta la fidanzata del college, con necessità di trovare lavoro immediatamente per provvedere al figlio) e non ha potuto pensare alle sue aspirazioni. Sto anche adorando il rapporto che ha con le altre due reclute: hanno fatto l'accademia insieme, e sono amici. I due più giovani non snobbano Nolan, si trattano proprio da pari a pari... forse perché anche gli altri due sono svantaggiati: Lucy Chen è una donna, Jackson West è un afroamericano e figlio di un pezzo grosso delle forze dell'ordine.
Insomma, è una serie carina che secondo me funziona molto meglio dell'ormai abbandonato Manifest.
venerdì 19 ottobre 2018
American Vandal
Un messaggio di mia sorella e la mancanza di tempo hanno creato una coincidenza molto utile alla povera, bistrattata rubrica Prime Impressioni: in sostanza tesseva le lodi di questa serie, e causa giornata piena ne ho potuto vedere solo un episodio e mezzo. E quindi eccomi qua.
Avete presente quelle serie di documentari che parlano di delitti irrisolti, con interviste, filmati, ricostruzioni delle indagini, e tentativi di risoluzione? Ecco, American Vandal è la parodia.
Uscita nel 2017 su Netflix, la serie è ambientata a Oceanside, California, dove, nel liceo di Hanover, si è consumato un terribile delitto: qualcuno ha disegnato dei peni giganti sulle auto dei professori.
Dylan Maxwell viene accusato dell'atto vandalico, ed espulso dalla scuola. Se dovesse essere condannato, la sua famiglia dovrebbe pagare 100'000 dollari di danni.
Solo che Dylan dice di non essere stato, spingendo Peter Moldonado - il ragazzino che si occupa del giornale scolastico - ad indagare più a fondo e scoprire se Dylan è veramente innocente e il disegnatore di peni l'ha incastrato.
Se la premesse è volutamente assurda, il comparto tecnico è impeccabile: uno dei punti di forza, infatti, è il contrasto tra l'incredibile qualità della realizzazione e la totale idiozia del mistero che va ad indagare. Gli attori sono veramente bravi (per adesso il mio preferito è Jimmy Tatro, che interpreta Dylan, e cavolo se non sembra davvero un imbecille totale), le interviste ai testimoni sono serissime, la colonna sonora è drammatica come se stessimo di fronte all'adattamento di A sangue freddo, ci sono pure le ricostruzioni degli eventi e i colpi di scena quando gli intrepidi giornalisti trovano prove che non sono state prese in considerazione... perché il consiglio scolastico è composto da adulti, sostanzialmente.
In effetti il comparto tecnico è così buono che l'unico motivo per cui non ho controllato se si trattasse di un vero documentario (a volte sono così puritani, in America) è che l'aveva già fatto mia sorella.
Io vi consiglio di recuperare American Vandal: oltre ad avere un'ironia inaspettatamente sottile, considerando da dove parte, vi porterà a chiedervi seriamente chi è il colpevole.
Avete presente quelle serie di documentari che parlano di delitti irrisolti, con interviste, filmati, ricostruzioni delle indagini, e tentativi di risoluzione? Ecco, American Vandal è la parodia.
Uscita nel 2017 su Netflix, la serie è ambientata a Oceanside, California, dove, nel liceo di Hanover, si è consumato un terribile delitto: qualcuno ha disegnato dei peni giganti sulle auto dei professori.
Dylan Maxwell viene accusato dell'atto vandalico, ed espulso dalla scuola. Se dovesse essere condannato, la sua famiglia dovrebbe pagare 100'000 dollari di danni.
Solo che Dylan dice di non essere stato, spingendo Peter Moldonado - il ragazzino che si occupa del giornale scolastico - ad indagare più a fondo e scoprire se Dylan è veramente innocente e il disegnatore di peni l'ha incastrato.
Se la premesse è volutamente assurda, il comparto tecnico è impeccabile: uno dei punti di forza, infatti, è il contrasto tra l'incredibile qualità della realizzazione e la totale idiozia del mistero che va ad indagare. Gli attori sono veramente bravi (per adesso il mio preferito è Jimmy Tatro, che interpreta Dylan, e cavolo se non sembra davvero un imbecille totale), le interviste ai testimoni sono serissime, la colonna sonora è drammatica come se stessimo di fronte all'adattamento di A sangue freddo, ci sono pure le ricostruzioni degli eventi e i colpi di scena quando gli intrepidi giornalisti trovano prove che non sono state prese in considerazione... perché il consiglio scolastico è composto da adulti, sostanzialmente.
In effetti il comparto tecnico è così buono che l'unico motivo per cui non ho controllato se si trattasse di un vero documentario (a volte sono così puritani, in America) è che l'aveva già fatto mia sorella.
Io vi consiglio di recuperare American Vandal: oltre ad avere un'ironia inaspettatamente sottile, considerando da dove parte, vi porterà a chiedervi seriamente chi è il colpevole.
venerdì 5 ottobre 2018
Manifest
Wow, non scrivo un post che rientra nelle Prime Impressioni da più di un anno.
In effetti in questo lasso di tempo sono stata bravina: mi sono messa in pari con quanto iniziato, qualcosa ho finito, e soprattutto mi sono abbonata a Netflix, che ha significato ciao ciao streaming illegale e benvenute maratone di due giorni, che hanno fatto molto male a questa rubrica. Ma come diceva il buon vecchio Stephen King, a volte ritornano.
Sono incappata nel promo di Manifest su facebook, e sono rimasta intrigata: un aereo con quasi duecento persone a bordo decolla, incontra una brutta turbolenza, e quando atterra tutti scoprono con confusione misto paura misto sconcerto che per loro son passate tre ore (infatti nessuno è invecchiato), ma nel resto del mondo sono passati cinque anni e tutti loro erano presunti morti.
Un mistero condito di sovrannaturale e con drammoni familiari di contorno, e non potevo non guardarlo. Sono rimasta soddisfatta, perché Manifest è esattamente questo: non è un capolavoro né vuole esserlo (al massimo punta ad essere un nuovo Lost, e posso già dire che ha fallito), è un telefilm generalista molto easy, senza picchi né di regia né di sceneggiatura né interpretativi, che svolge il compito di intrattenere senza eccellere.
Non è particolarmente originale, che di gente scomparsa e tornata che cerca di rimettere insieme la propria vita e di capire cosa è successo e perché ne abbiamo già vista tanta in televisione, però a mio avviso questa serie può essere un onesto guilty pleasure, assai più dignitoso di robe come Aftermath.
Per ora è tutto tagliato con l'accetta, dai personaggi (i due fratelli che ora hanno più focus, con lui responsabile padre di famiglia e lei poliziotta irresponsabile con misterioso incidente alle spalle) alle situazioni (mogli e fidanzati che in cinque anni si sono rifatti una vita con altre persone) passando che i poteri (non potevano certo mancare cose come le voci che spingono i malcapitati a compiere buone azioni), ma senza particolare infamia.
Diciamo che al momento può andare in tutti e due i sensi: o peggiorare e diventare una ciofeca, o assestarsi su un livello accettabile.
Vedremo come andrà.
In effetti in questo lasso di tempo sono stata bravina: mi sono messa in pari con quanto iniziato, qualcosa ho finito, e soprattutto mi sono abbonata a Netflix, che ha significato ciao ciao streaming illegale e benvenute maratone di due giorni, che hanno fatto molto male a questa rubrica. Ma come diceva il buon vecchio Stephen King, a volte ritornano.
Sono incappata nel promo di Manifest su facebook, e sono rimasta intrigata: un aereo con quasi duecento persone a bordo decolla, incontra una brutta turbolenza, e quando atterra tutti scoprono con confusione misto paura misto sconcerto che per loro son passate tre ore (infatti nessuno è invecchiato), ma nel resto del mondo sono passati cinque anni e tutti loro erano presunti morti.
Un mistero condito di sovrannaturale e con drammoni familiari di contorno, e non potevo non guardarlo. Sono rimasta soddisfatta, perché Manifest è esattamente questo: non è un capolavoro né vuole esserlo (al massimo punta ad essere un nuovo Lost, e posso già dire che ha fallito), è un telefilm generalista molto easy, senza picchi né di regia né di sceneggiatura né interpretativi, che svolge il compito di intrattenere senza eccellere.
Non è particolarmente originale, che di gente scomparsa e tornata che cerca di rimettere insieme la propria vita e di capire cosa è successo e perché ne abbiamo già vista tanta in televisione, però a mio avviso questa serie può essere un onesto guilty pleasure, assai più dignitoso di robe come Aftermath.
Per ora è tutto tagliato con l'accetta, dai personaggi (i due fratelli che ora hanno più focus, con lui responsabile padre di famiglia e lei poliziotta irresponsabile con misterioso incidente alle spalle) alle situazioni (mogli e fidanzati che in cinque anni si sono rifatti una vita con altre persone) passando che i poteri (non potevano certo mancare cose come le voci che spingono i malcapitati a compiere buone azioni), ma senza particolare infamia.
Diciamo che al momento può andare in tutti e due i sensi: o peggiorare e diventare una ciofeca, o assestarsi su un livello accettabile.
Vedremo come andrà.
sabato 23 settembre 2017
Ducktales
Non ho ricordi precisi della storica serie Ducktales, più che la trama ricordo gli adesivi che io e mia sorella attaccammo ad un vecchio armadio. Ne segue che il reboot mi interessava il giusto e l'onesto (ossia niente o quasi), tant'è che l'episodio pilota non l'ho guardato ad agosto ma lunedì, quando volevo vedere qualcosa di leggero senza impegno e tutti ne avevano parlato bene.
Sono stata molto, molto ingenua: come hanno fatto a sopravvivere quelli che l'hanno visto ad agosto?
Io devo aspettare un paio di giorni prima che esca la prossima puntata, e non sto nella pelle!
La trama di questo primo doppio episodio è puramente introduttiva: Paperino è il solito disoccupato cronico, ma più che in altre versioni sembra disposto ad accettare un lavoro - uno qualunque - per potersi occupare dei nipotini Qui, Quo e Qua. È anche incredibilmente apprensivo, con somma disperazione dei ragazzini che sono invece curiosi ed avventurosi.
Paperone è il solito scorbutico, ricchissimo e - soprattutto - annoiato: si è lasciato avventure ed esplorazioni alle spalle, isolandosi dal mondo. In pratica interagisce solo con la governante Beakley, e forse con la di lei nipotina Gaia.
Le cose cambiano quando Paperino si trova senza babysitter proprio il giorno di un colloquio, e in mancanza di alternative affida i nipoti a Paperone: i tre iperattivi bambini - assieme all'altrettanto vivace Gaia - non solo combinano un sacco di guai, ma ricordano al vecchio zio quanto gli piacessero le avventure, col risultato che (con la scusa di insegnargli a sopravvivere) Paperone decide di rimettersi in gioco portandoseli dietro.
Possibilmente senza dire niente all'iperprotettivo zio.
I punti di forza di questi due episodi sono molteplici: a livello tecnico ho amato che fosse in 2D e non una mostruosità in 3D, ci sono moltissime citazioni e la sceneggiatura è buona. La rielaborazione dei personaggi, poi, è davvero azzeccata: Qui, Quo e Qua hanno una caratterizzazione distinta; non solo sembra che gli stiano dando delle personalità diverse tra loro, ma hanno addirittura storyline separate e interagiscono con gli altri personaggi singolarmente. Considerando che in genere si completano le frasi e hanno la stessa espressione è un bel passo avanti.
Anche Gaia è migliorata: di lei ricordo solo che era noiosissima (più che un personaggio in cui potevano identificarsi le bambine sembrava fatta per permettere ai bambini costretti a portarsi appresso le sorelline di immedesimarsi), e mi sa che non sono tanto lontata dalla verità dato che ad un certo punto si vede la bambola del suo vecchio design trafitta da una freccia. In questa versione è più alla pari coi nipotini, e ho amato che nessuno abbia detto che è un maschiaggio: che sia una bambina a cui piacciono le avventure e su certe cose più competente degli amichetti maschi è considerato così normale da non dover essere neanche commentato.
Ma le cose che più ho apprezzato sono due, e strettamente collegate: tanto per cominciare pare proprio che Paperino sarà uno dei personaggi principali, che sembra scontato ma nella vecchia serie lui non c'era se non in una manciata di episodi. E per finire... questo reboot avrà sì l'avventura, ma la tematica principale sarà la famiglia e già dal primo episodio si capisce che gli autori erano seri quando l'hanno detto: Paperino e Paperone non si parlano da dieci anni ed è chiaro che è stato qualcosa di gravissimo a portare alla rottura, al punto che Paperino non solo non vuole nemmeno vedere lo zio, ma non ha neanche mai detto ai nipoti che Paperone è loro parente.
È evidente ogni volta che si incontrano che c'è un vissuto tra i due, e il fatto che ci sia una trama orizzontale mi piace, così come il fatto che sembri essere qualcosa di drammatico (non posso farci niente, ho un debole per le trame orizzontali drammatiche), e la scena finale... come si fa a non vedersi tutta la serie dopo aver visto quella?
In definitiva questo primo episodio si presenta come l'argomento a favore dei reboot: è così che dovrebbero essere fatti, sempre.
Nota: per adesso l'unico lato negativo che ho trovato sono i doppiatori dei bambini: è troppo evidente che sono tutti adulti. Però c'è David Tennant che doppia Paperone ed è una cosa meravigliosa come Luke Evans che interpreta Gaston.
Sono stata molto, molto ingenua: come hanno fatto a sopravvivere quelli che l'hanno visto ad agosto?
Io devo aspettare un paio di giorni prima che esca la prossima puntata, e non sto nella pelle!
Paperone è il solito scorbutico, ricchissimo e - soprattutto - annoiato: si è lasciato avventure ed esplorazioni alle spalle, isolandosi dal mondo. In pratica interagisce solo con la governante Beakley, e forse con la di lei nipotina Gaia.
Le cose cambiano quando Paperino si trova senza babysitter proprio il giorno di un colloquio, e in mancanza di alternative affida i nipoti a Paperone: i tre iperattivi bambini - assieme all'altrettanto vivace Gaia - non solo combinano un sacco di guai, ma ricordano al vecchio zio quanto gli piacessero le avventure, col risultato che (con la scusa di insegnargli a sopravvivere) Paperone decide di rimettersi in gioco portandoseli dietro.
Possibilmente senza dire niente all'iperprotettivo zio.
I punti di forza di questi due episodi sono molteplici: a livello tecnico ho amato che fosse in 2D e non una mostruosità in 3D, ci sono moltissime citazioni e la sceneggiatura è buona. La rielaborazione dei personaggi, poi, è davvero azzeccata: Qui, Quo e Qua hanno una caratterizzazione distinta; non solo sembra che gli stiano dando delle personalità diverse tra loro, ma hanno addirittura storyline separate e interagiscono con gli altri personaggi singolarmente. Considerando che in genere si completano le frasi e hanno la stessa espressione è un bel passo avanti.
Anche Gaia è migliorata: di lei ricordo solo che era noiosissima (più che un personaggio in cui potevano identificarsi le bambine sembrava fatta per permettere ai bambini costretti a portarsi appresso le sorelline di immedesimarsi), e mi sa che non sono tanto lontata dalla verità dato che ad un certo punto si vede la bambola del suo vecchio design trafitta da una freccia. In questa versione è più alla pari coi nipotini, e ho amato che nessuno abbia detto che è un maschiaggio: che sia una bambina a cui piacciono le avventure e su certe cose più competente degli amichetti maschi è considerato così normale da non dover essere neanche commentato.
Ma le cose che più ho apprezzato sono due, e strettamente collegate: tanto per cominciare pare proprio che Paperino sarà uno dei personaggi principali, che sembra scontato ma nella vecchia serie lui non c'era se non in una manciata di episodi. E per finire... questo reboot avrà sì l'avventura, ma la tematica principale sarà la famiglia e già dal primo episodio si capisce che gli autori erano seri quando l'hanno detto: Paperino e Paperone non si parlano da dieci anni ed è chiaro che è stato qualcosa di gravissimo a portare alla rottura, al punto che Paperino non solo non vuole nemmeno vedere lo zio, ma non ha neanche mai detto ai nipoti che Paperone è loro parente.
È evidente ogni volta che si incontrano che c'è un vissuto tra i due, e il fatto che ci sia una trama orizzontale mi piace, così come il fatto che sembri essere qualcosa di drammatico (non posso farci niente, ho un debole per le trame orizzontali drammatiche), e la scena finale... come si fa a non vedersi tutta la serie dopo aver visto quella?
In definitiva questo primo episodio si presenta come l'argomento a favore dei reboot: è così che dovrebbero essere fatti, sempre.
Nota: per adesso l'unico lato negativo che ho trovato sono i doppiatori dei bambini: è troppo evidente che sono tutti adulti. Però c'è David Tennant che doppia Paperone ed è una cosa meravigliosa come Luke Evans che interpreta Gaston.
giovedì 9 febbraio 2017
Powerless
Dopo la settimana peggiore dell'anno, che mi ha tenuto lontana dal mondo virtuale perchè c'è stato da risolvere un problema praticamente ogni giorno, torno con la mia impressione su un primo episodio andato in onda quanche giorno fa: Powerless.
Di cosa parla questo telefilm che ho visto praticamente per caso? Beh, è una serie della DC, anche se non ho capito come (o se) si incastra nell'universo televisivo o cinematografico: in quello presentato in questi venti minuti Batman, Superman, Bruce Wayne, vengono tutti nominati (cosa che non sempre succede negli altri telefilm, come se avessero paura che il pubblico possa confondersi... dai, mica siamo idioti) mentre i personaggi principali non hanno nessun potere particolare.
La nostra protagonista è Emily Locke, una giovane donna che si trasferisce da una piccola città di provincia nella molto più grande Charm City con un obbiettivo: cambiare il mondo in meglio. Il modo per farlo, però, non è immediato in un mondo dove esistono grandi eroi dotati di grandi poteri e infinite nemesi. Cosa può fare, quindi, la nostra Emily? Ottenere un lavoro alla Wayne Security, una branca della multinazionale Wayne incaricata di creare oggetti in grado di proteggere i civili dalle conseguenze più o meno gravi dei super-combattimenti.
Ora come ora non c'è molto più di questo da dire: si tratta di una commedia che fa il suo lavoro senza particolari guizzi, che gioca molto sull'ambientazione strizzando l'occhio a diverse cose che tutti quelli che hanno letto un fumetto, o visto un film Marvel-DC, ad un certo punto hanno pensato: che vuol dire vivere in un posto dove, da un momento all'altro, un alieno può distruggerti casa?
Però ritengo che ci sia un grosso margine di miglioramento: il cast sembra buono, i personaggi sono simpatici clichè ma possono diventare molto più interessanti, e poi c'è Van Wayne, il cugino scemo di Bruce Wayne: egoista, viziato, noncurante, per me è stato la vera carta vincente dell'episodio.
Insomma, promette di diventare una serie carina, e la seguirò con piacere.
Di cosa parla questo telefilm che ho visto praticamente per caso? Beh, è una serie della DC, anche se non ho capito come (o se) si incastra nell'universo televisivo o cinematografico: in quello presentato in questi venti minuti Batman, Superman, Bruce Wayne, vengono tutti nominati (cosa che non sempre succede negli altri telefilm, come se avessero paura che il pubblico possa confondersi... dai, mica siamo idioti) mentre i personaggi principali non hanno nessun potere particolare.
La nostra protagonista è Emily Locke, una giovane donna che si trasferisce da una piccola città di provincia nella molto più grande Charm City con un obbiettivo: cambiare il mondo in meglio. Il modo per farlo, però, non è immediato in un mondo dove esistono grandi eroi dotati di grandi poteri e infinite nemesi. Cosa può fare, quindi, la nostra Emily? Ottenere un lavoro alla Wayne Security, una branca della multinazionale Wayne incaricata di creare oggetti in grado di proteggere i civili dalle conseguenze più o meno gravi dei super-combattimenti.
Ora come ora non c'è molto più di questo da dire: si tratta di una commedia che fa il suo lavoro senza particolari guizzi, che gioca molto sull'ambientazione strizzando l'occhio a diverse cose che tutti quelli che hanno letto un fumetto, o visto un film Marvel-DC, ad un certo punto hanno pensato: che vuol dire vivere in un posto dove, da un momento all'altro, un alieno può distruggerti casa?
Però ritengo che ci sia un grosso margine di miglioramento: il cast sembra buono, i personaggi sono simpatici clichè ma possono diventare molto più interessanti, e poi c'è Van Wayne, il cugino scemo di Bruce Wayne: egoista, viziato, noncurante, per me è stato la vera carta vincente dell'episodio.
Insomma, promette di diventare una serie carina, e la seguirò con piacere.
mercoledì 19 ottobre 2016
Medici: Masters of Florence
Dopo una piccola latitanza dovuta ad influenza perchè mai una gioia, eccomi qua a commentare i primi due episodi di una serie che aspettavo da quando dissero "Sapete che Richard Madden è a Montepulciano per girare una serie sui Medici?" (triste aneddoto: ho visitato Montepulciano tipo una settimana prima che iniziassero le riprese). Il mio entusiasmo è calato quando ho scoperto che sarebbe stato un prodotto principalmente italiano, salito cautamente quando hanno sottolineato tantissimo il "co-produzione internazionale", confuso quando la parola fiction è stata usata un po' troppo spesso rispetto a telefilm.
Insomma, l'ho atteso con trepidazione ma il mio stato d'animo era riassumibile con "Ti prego non fare schifo, ti prego non fare schifo, ti prego non fare schifo" e via così.
Adesso cercherò di fare la persona seria: dico subito che - a livello di valori di produzione - non siamo ai livelli dei period drama internazionali. Rome, Outlander, The Tudors e anche The Borgias... si vede che lì c'era un budget molto più ampio a disposizione. Inoltre, e mi spiace ammetterlo, anche a livello di regia siamo qualche gradino sotto: laddove all'estero le serie hanno ormai una qualità sempre più vicina a quella del cinema, da noi... non proprio (da noi sembra che anche il cinema abbia dei problemi ad essere all'altezza del cinema). Ma di buono c'è che ci hanno provato: non mi è sembrata tanto la faciloneria fastidiosa de L'Allieva quanto un primo passo potenzialmente importante per la tv in chiaro. Un dai che forse possiamo farcela anche noi a fare roba bellina fuori dai canali a pagamento.
Detto questo, a me i primi due episodi son piaciuti. La serie ha per protagonista Cosimo de' Medici, che lo seguiamo in due filoni temporali: uno è nel "presente", dove lo vediamo adulto, freddo e manipolatore, intento ad esercitare quel potere sottile che non viene sbandierato in faccia agli altri ma usato per muoverli. Il secondo è ambientato vent'anni prima, con Cosimo ancora ragazzo, ingenuo col sogno di fare l'artista, mentre la natura dell'uomo politico che emerge quasi a tradimento.
È interessante perchè da un lato vediamo il protagonista muoversi in mezzo agli intrighi, e dall'altro vediamo come è diventato così.
I personaggi di contorno sono interessanti: su tutti ho apprezzato Contessina (la moglie di Cosimo), ma ci sono state comparsate tanto gradite quanto a sorpresa come Donatello (dichiaratamente gay in prima serata sulla Rai!) e l'arrivo di Brunelleschi che c'era la gente che ha esultato come neanche un gol ai mondiali.
In effetti questa volta mi sono divertita a seguire la prima anche sui social, ed è stato glorioso vedere che in Italia twitter è esploso sull'architettura, con Cupola Autoportante tra i trend e la nascita immediata di meme.
Certo, ci sono delle stupidate infinite, tipo che per avvelenare uno avvelenano l'uva prima che la colga quindi... hanno avvelenato tutta la vigna? Why? E io mi immaginavo l'assassino a ramare veleno durante la notte. Oppure Cosimo e Contessina che sono i Lagerta della situazione perchè non li hanno invecchiati per niente e di base son coetanei o quasi di figlio e nuora.
Ma nell'insieme è stata una visione gradevole, che ha donato quel momento profondamente meta in cui David Bradley interpretava il padre di Contessina, quindi c'è stato di nuovo Robb Stark fidanzato con una figlia di Walder Frey e secondo me l'hanno fatto apposta.
Per cui incrociamo le dita, perchè per essere promosso deve rimanere come minimo su questo livello fino all'ultimo episodio.
Angolo fangirlante a caso: ma quanto è bello che per una volta non siamo noi a dover cercare lo streaming, aspettare i sub, nascondersi dagli spoiler a tempo indeterminato? #almenounagioia
Insomma, l'ho atteso con trepidazione ma il mio stato d'animo era riassumibile con "Ti prego non fare schifo, ti prego non fare schifo, ti prego non fare schifo" e via così.
Adesso cercherò di fare la persona seria: dico subito che - a livello di valori di produzione - non siamo ai livelli dei period drama internazionali. Rome, Outlander, The Tudors e anche The Borgias... si vede che lì c'era un budget molto più ampio a disposizione. Inoltre, e mi spiace ammetterlo, anche a livello di regia siamo qualche gradino sotto: laddove all'estero le serie hanno ormai una qualità sempre più vicina a quella del cinema, da noi... non proprio (da noi sembra che anche il cinema abbia dei problemi ad essere all'altezza del cinema). Ma di buono c'è che ci hanno provato: non mi è sembrata tanto la faciloneria fastidiosa de L'Allieva quanto un primo passo potenzialmente importante per la tv in chiaro. Un dai che forse possiamo farcela anche noi a fare roba bellina fuori dai canali a pagamento.
Detto questo, a me i primi due episodi son piaciuti. La serie ha per protagonista Cosimo de' Medici, che lo seguiamo in due filoni temporali: uno è nel "presente", dove lo vediamo adulto, freddo e manipolatore, intento ad esercitare quel potere sottile che non viene sbandierato in faccia agli altri ma usato per muoverli. Il secondo è ambientato vent'anni prima, con Cosimo ancora ragazzo, ingenuo col sogno di fare l'artista, mentre la natura dell'uomo politico che emerge quasi a tradimento.
È interessante perchè da un lato vediamo il protagonista muoversi in mezzo agli intrighi, e dall'altro vediamo come è diventato così.
I personaggi di contorno sono interessanti: su tutti ho apprezzato Contessina (la moglie di Cosimo), ma ci sono state comparsate tanto gradite quanto a sorpresa come Donatello (dichiaratamente gay in prima serata sulla Rai!) e l'arrivo di Brunelleschi che c'era la gente che ha esultato come neanche un gol ai mondiali.
In effetti questa volta mi sono divertita a seguire la prima anche sui social, ed è stato glorioso vedere che in Italia twitter è esploso sull'architettura, con Cupola Autoportante tra i trend e la nascita immediata di meme.
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| La perfezione |
Ma nell'insieme è stata una visione gradevole, che ha donato quel momento profondamente meta in cui David Bradley interpretava il padre di Contessina, quindi c'è stato di nuovo Robb Stark fidanzato con una figlia di Walder Frey e secondo me l'hanno fatto apposta.
Per cui incrociamo le dita, perchè per essere promosso deve rimanere come minimo su questo livello fino all'ultimo episodio.
Angolo fangirlante a caso: ma quanto è bello che per una volta non siamo noi a dover cercare lo streaming, aspettare i sub, nascondersi dagli spoiler a tempo indeterminato? #almenounagioia
sabato 1 ottobre 2016
Aftermath
Da persona artisticamente masochista, che quasi si commuove quanto vede un trailer della Asylum (ditemi che non sono meravigliosi: sembra che scelgano le trame con un generatore casuale), mentre guardavo Aftermath non potevo avere una reazione normale (riassumibile in "Cos'è questa merda"). Sono rimasta lì a guardarmelo tutto, incredula perchè qui non sono ammesse mezze misure: o diventa la mia serie guilty pleasure preferita EVER, o è il più grosso spreco di tempo di tutte le vite perchè una non basta.
Se volete un commento serio, me la sbrigo un due righe: i personaggi sono odiosi (desiderete la loro morte nel momento in cui apriranno bocca), la trama è una sequenza di cose a caso, nessuno reagisce in modo vagamente credibile e gli attori recitano così male che quando ce n'è uno che azzecca qualcosa sembra fuori luogo.
Adesso il commento molto meno serio. Questo pilot è il delirio totale, e non in senso di trash dignitoso come Z Nation. No, questo ha una specie di purezza, di innocenza, nata dal fatto che mentre quelli di Z Nation sanno cosa stanno facendo e come farlo, questi - se non sono seri - si fermano al primo punto.
La trama è stranamente semplice: tutte le Apocalissi stanno succedendo contemporaneamente e noi seguiamo le vicende di una famiglia (padre, madre, figlio, figlie gemelle adolescenti) che cerca di sopravvivere.
Quello che accade in un episodio: tornado; terremoto (nominato); eruzioni vulcaniche (nominate); pioggia di centinaia di pesci; pioggia di rottami; piogga di serpenti (nominata); meteoriti che colpiscono la Terra; blackout totale; un'epidemia che fa impazzire la gente (non escludo evoluzione in zombie più avanti); possessioni demoniache.
I nostri eroi non fanno che rimbalzare da una stranezza all'altra, sempre ottimisti e - soprattutto - prendendola benissimo. Anche quando una delle figlie viene rapita da un demone, dopo un breve momento in cui mi sono illusa che ci sarebbe stata tensione emotiva, partono col camper per cercarla lasciando una nota in casa. Quando arriva un messaggio dell'esercito che è stata istituita una zona sicura, le mandano un sms (anche se i cellulari funzionano una volta sì e dodici no) dicendole di andare da sola. Così, a caso.
I personaggi sono tremendi, così tanto che non mi ricordo neanche come si chiamino. Cominciano col Padre: è l'uomo paciocco che insegna mitologia e folclore all'università, quindi immagino che la parte sovrannaturale della trama sarà responsabilità sua. Poi c'è la Madre, ex soldatessa che porta i pantaloni tra i due, e che ha tenuto una pistola in casa senza che il marito se ne accorgesse. Figlio è un'entità amorfa, sa sparare e dire idiozie e fondamentalmente lo odierete. Figlia 1 è la gemella responsabile, messa lì perchè se hai due gemelle una deve essere seria e una no. Figlia 2 è l'unico personaggio verso cui ho provato un minimo simpatia: viene rapita da un tizio posseduto che si suiciderà cercando di ucciderla (non della serie"che eroe, si è ammazzato piuttosto che farle del male" ma del tipo "Aspe', si è davvero impalato da solo per sbaglio?"). Probabilmente le giova il fatto di non essere assieme alla sua famiglia, quindi risulta meno fastidiosa che se fosse con tutti gli altri.
Una potenziale perla del trash.
Se volete un commento serio, me la sbrigo un due righe: i personaggi sono odiosi (desiderete la loro morte nel momento in cui apriranno bocca), la trama è una sequenza di cose a caso, nessuno reagisce in modo vagamente credibile e gli attori recitano così male che quando ce n'è uno che azzecca qualcosa sembra fuori luogo.
Adesso il commento molto meno serio. Questo pilot è il delirio totale, e non in senso di trash dignitoso come Z Nation. No, questo ha una specie di purezza, di innocenza, nata dal fatto che mentre quelli di Z Nation sanno cosa stanno facendo e come farlo, questi - se non sono seri - si fermano al primo punto.
La trama è stranamente semplice: tutte le Apocalissi stanno succedendo contemporaneamente e noi seguiamo le vicende di una famiglia (padre, madre, figlio, figlie gemelle adolescenti) che cerca di sopravvivere.
Quello che accade in un episodio: tornado; terremoto (nominato); eruzioni vulcaniche (nominate); pioggia di centinaia di pesci; pioggia di rottami; piogga di serpenti (nominata); meteoriti che colpiscono la Terra; blackout totale; un'epidemia che fa impazzire la gente (non escludo evoluzione in zombie più avanti); possessioni demoniache.
I nostri eroi non fanno che rimbalzare da una stranezza all'altra, sempre ottimisti e - soprattutto - prendendola benissimo. Anche quando una delle figlie viene rapita da un demone, dopo un breve momento in cui mi sono illusa che ci sarebbe stata tensione emotiva, partono col camper per cercarla lasciando una nota in casa. Quando arriva un messaggio dell'esercito che è stata istituita una zona sicura, le mandano un sms (anche se i cellulari funzionano una volta sì e dodici no) dicendole di andare da sola. Così, a caso.
I personaggi sono tremendi, così tanto che non mi ricordo neanche come si chiamino. Cominciano col Padre: è l'uomo paciocco che insegna mitologia e folclore all'università, quindi immagino che la parte sovrannaturale della trama sarà responsabilità sua. Poi c'è la Madre, ex soldatessa che porta i pantaloni tra i due, e che ha tenuto una pistola in casa senza che il marito se ne accorgesse. Figlio è un'entità amorfa, sa sparare e dire idiozie e fondamentalmente lo odierete. Figlia 1 è la gemella responsabile, messa lì perchè se hai due gemelle una deve essere seria e una no. Figlia 2 è l'unico personaggio verso cui ho provato un minimo simpatia: viene rapita da un tizio posseduto che si suiciderà cercando di ucciderla (non della serie"che eroe, si è ammazzato piuttosto che farle del male" ma del tipo "Aspe', si è davvero impalato da solo per sbaglio?"). Probabilmente le giova il fatto di non essere assieme alla sua famiglia, quindi risulta meno fastidiosa che se fosse con tutti gli altri.
Una potenziale perla del trash.
martedì 27 settembre 2016
This is us
Quest'anno sono una brava bambina: il primo pilot che ho guardato delle nuove serie è uno di quelli che avevo messo in conto di vedere, ossia This is us.
Quando guardai il trailer mi aspettavo qualcosa di fantascientifico: se si comincia con una didascalia che spiega come condividere il compleanno non significhi niente, e la serie è su un gruppo di persone che condivide il compleanno, il salto logico che fa la mia mente è "alieni-esp-destino del mondo".
Non è così.
L'episodio comincia descrivendoci il 36esimo compleanno di alcuni individui.
Ci sono Jack e Rebecca, lui che compie gli anni e lei incintissima di tre gemelli.
C'è Kate, donna obesa alla ricerca della motivazione giusta per cambiare la sua vita.
C'è Kevin, attore di una sit-com di bassa lega che vorrebbe fare di meglio.
C'è Randall, adottato alla nascita che ha appena trovato il padre biologico.
Persone che apparentemente non hanno nulla in comune (tranne Kate e Kevin che sono fratelli), ma che si trovano a vivere piccole gioie e grandi drammi.
L'episodio è strutturato bene: segue i personaggi, le loro storyline slegate, e riesce a farlo senza che la frammentarietà sia un problema e riesce a presentare i vari eventi in un modo che fa ridere ma che commuove anche. L'incontro tra Kate e Toby è delizioso ed adorabilissimo, il modo in cui lei e Kevin si sostengono l'un l'altro è di una tenerezza infinita.
Ad essere più "fuori" dal giro è Randall, ma ho trovato la sua famiglia carinissima (la bimba che fa le trecce durante la partita di calcio!) e molto credibile la sua reazione al padre biologico, con il suo aver bisogno di qualcosa anche se non sa esattamente cosa sia. Pure l'anziano signore, per essere uno che ha abbandonato un neonato in una stazione dei pompieri, riesce a risultare simpatico.
E infine abbiamo Jack e Rebecca, portatori non troppo sani della mazzata emotiva: uno dei bimbi muore durante il parto, e devono venire a patti con la morte di un figlio contemporaneamente alla nascita degli altri due (per la cronaca: adoro il personaggio del dottore, e spero che trovino il modo di renderlo un membro fisso del cast).
Poi c'è il plot-twist finale, quello che ha aperto i rubinetti e niente, questo sarà il sostituto di Parenthood.
Speriamo che rimanga su questi livelli: promette di essere un family drama niente male.
Quando guardai il trailer mi aspettavo qualcosa di fantascientifico: se si comincia con una didascalia che spiega come condividere il compleanno non significhi niente, e la serie è su un gruppo di persone che condivide il compleanno, il salto logico che fa la mia mente è "alieni-esp-destino del mondo".
Non è così.
L'episodio comincia descrivendoci il 36esimo compleanno di alcuni individui.
Ci sono Jack e Rebecca, lui che compie gli anni e lei incintissima di tre gemelli.
C'è Kate, donna obesa alla ricerca della motivazione giusta per cambiare la sua vita.
C'è Kevin, attore di una sit-com di bassa lega che vorrebbe fare di meglio.
C'è Randall, adottato alla nascita che ha appena trovato il padre biologico.
Persone che apparentemente non hanno nulla in comune (tranne Kate e Kevin che sono fratelli), ma che si trovano a vivere piccole gioie e grandi drammi.
L'episodio è strutturato bene: segue i personaggi, le loro storyline slegate, e riesce a farlo senza che la frammentarietà sia un problema e riesce a presentare i vari eventi in un modo che fa ridere ma che commuove anche. L'incontro tra Kate e Toby è delizioso ed adorabilissimo, il modo in cui lei e Kevin si sostengono l'un l'altro è di una tenerezza infinita.
Ad essere più "fuori" dal giro è Randall, ma ho trovato la sua famiglia carinissima (la bimba che fa le trecce durante la partita di calcio!) e molto credibile la sua reazione al padre biologico, con il suo aver bisogno di qualcosa anche se non sa esattamente cosa sia. Pure l'anziano signore, per essere uno che ha abbandonato un neonato in una stazione dei pompieri, riesce a risultare simpatico.
E infine abbiamo Jack e Rebecca, portatori non troppo sani della mazzata emotiva: uno dei bimbi muore durante il parto, e devono venire a patti con la morte di un figlio contemporaneamente alla nascita degli altri due (per la cronaca: adoro il personaggio del dottore, e spero che trovino il modo di renderlo un membro fisso del cast).
Poi c'è il plot-twist finale, quello che ha aperto i rubinetti e niente, questo sarà il sostituto di Parenthood.
Speriamo che rimanga su questi livelli: promette di essere un family drama niente male.
sabato 16 luglio 2016
Berserk
Parlare del primo episodio della nuova serie di Berserk non è facile, perchè Berserk arriva con una storia: è stato il primo manga con un target adulto che ho letto, anche se adulta di certo non ero. Si tratta inoltre di un manga che è riuscito a diventare un incubo per i suoi lettori: è iniziato nel 1989, ed è ancora in corso (personalmente credo di leggerlo da più di dieci anni). Non solo Kentaro Miura è uno di quei mangaka che fa uscire un capitolo ogni morte di papa (forse perchè disegna così: non è un'illustrazione, è una pagina normale), ma ormai è anche uno degli argomenti a favore del "trascinare una storia è deleterio" perchè Berserk è un capolavoro per la maggior parte, ma ora come ora non si capisce neanche più cosa debbano fare i personaggi (o meglio, noi lo sappiamo, perchè non lo stiano facendo e stiano invece cercando l'isola degli elfi con un party di D&D in cui si è aggregata troppa gente è un altro discorso), e sono addirittura felice che il mio preferito non appaia da anni.
Comunque.
Una serie animata già c'era, uscita nel 1997, ma non l'ho vista nè l'ho mai recuperata, e copriva solo una parte della storia. Poi è uscita una trilogia al cinema che in pratica la riassume (a quanto ho capito, che devo recuperare pure quella).
Ora, nel 2016, è arrivata una seconda serie che finalmente va avanti.
C'è solo un piccolo problema.
Partiamo con le basi: il genere è fantasy, l'ambientazione un medioevo adorabile che a confronto Game of Thrones è Disneyland. Il protagonista è Gatsu, un mercenario marchiato dalle forze del male: tutti i demoni - dal più insignificante al più potente - percepiscono la sua presenza e vogliono ucciderlo. In sostanza Gatsu non può scappare, ma riesce a sopravvivere perchè è un super badass specializzato in tagliare in due persone, cose e demoni.
Furibondo, cupo, cinico e gratuitamente cattivo, Gatsu è un antieroe tendente al sociopatico il cui obbiettivo è vendicarsi di chi gli ha rovinato la vita.
Però potrebbe anche esserci l'Apocalisse di mezzo. Sarebbe bello se Miura approfondisse quello invece di spedire tutti a cercare l'isola degli elfi.
Ma torniamo alla serie.
Allora, di buono c'è che le atmosfere sono azzeccate: tanta violenza, un bel po' di sangue e non si sono tirati indietro per quanto riguarda l'horror. La colonna sonora mi è piaciuta (a parte la ending che non c'incastra niente) e i doppiatori anche.
Il problema è il comparto tecnico, e intendo qualunque immagine ed animazione, in ogni momento.
Per qualche motivo l'hanno fatto con un cel-shading da cavarsi gli occhi e una CG evidentissima che pare applicata con il seguente criterio: "se è un oggetto di metallo, CG". Il tutto condito con le ombre fatte col finto tratto a matita che era orrendo anche negli anni '80.
In sostanza è una roba che nel caso migliore sembra un videogioco del 2006, nel peggiore è questo:
E non voglio neanche parlare del numero di frame, ridotto veramente all'osso.
Questo è un peccato, perchè per apprezzare l'episodio devi trovare il modo di scollegare gli occhi dal senso critico: dialoghi e trama sono belli, anche se Puck è più fuori luogo che mai (comic relief in una serie horror e brutale).
Una lamentela che ho in quanto lettrice è che a quanto pare salteranno un sacco di archi narrativi, che non solo erano molto belli (come quello dei Bambini Perduti), ma che portavano avanti la caratterizzazione di Gatsu ed era importante: Gatsu è uno che divide le persone a cui ha voluto bene in tre categorie. Quelli morti malissimo, quelli che l'hanno tradito in modi che non puoi neanche immaginare, e quelli che sono impazziti.
Tagliare le avventure che lo portano in una situazione in cui ok, si può anche parlare di fidarsi di nuovo e arrivare direttamente al momento in cui lo fa non so quanto possa rendere.
Insomma, io intanto la guarderò per avere qualcosa (ultimo numero uscito nel 2013, forse ne esce un'altro quest'anno) ma direi che non è un prodotto per neofiti: almeno per adesso mi sembra che dia scontato quello che è successo prima, anche se non escludo qualche flashback più avanti (ma onestamente: per quanto L'Epoca d'Oro sia l'arco narrativo più popolare, e ritenuto da molti il migliore, nel corso degli anni hanno adattato solo quello... trovo giusto dare per assodato che se guardi Berserk ormai lo sai).
O forse sono io che ho scordato il senso di straniamento dei primi numeri, in cui c'era questo tizio fortissimo, stronzissimo, che ammazzava demoni ovunque senza sapere come-quando-dove-perchè.
Comunque.
Una serie animata già c'era, uscita nel 1997, ma non l'ho vista nè l'ho mai recuperata, e copriva solo una parte della storia. Poi è uscita una trilogia al cinema che in pratica la riassume (a quanto ho capito, che devo recuperare pure quella).
Ora, nel 2016, è arrivata una seconda serie che finalmente va avanti.
C'è solo un piccolo problema.
Partiamo con le basi: il genere è fantasy, l'ambientazione un medioevo adorabile che a confronto Game of Thrones è Disneyland. Il protagonista è Gatsu, un mercenario marchiato dalle forze del male: tutti i demoni - dal più insignificante al più potente - percepiscono la sua presenza e vogliono ucciderlo. In sostanza Gatsu non può scappare, ma riesce a sopravvivere perchè è un super badass specializzato in tagliare in due persone, cose e demoni.
Furibondo, cupo, cinico e gratuitamente cattivo, Gatsu è un antieroe tendente al sociopatico il cui obbiettivo è vendicarsi di chi gli ha rovinato la vita.
Però potrebbe anche esserci l'Apocalisse di mezzo. Sarebbe bello se Miura approfondisse quello invece di spedire tutti a cercare l'isola degli elfi.
Ma torniamo alla serie.
Allora, di buono c'è che le atmosfere sono azzeccate: tanta violenza, un bel po' di sangue e non si sono tirati indietro per quanto riguarda l'horror. La colonna sonora mi è piaciuta (a parte la ending che non c'incastra niente) e i doppiatori anche.
Il problema è il comparto tecnico, e intendo qualunque immagine ed animazione, in ogni momento.
Per qualche motivo l'hanno fatto con un cel-shading da cavarsi gli occhi e una CG evidentissima che pare applicata con il seguente criterio: "se è un oggetto di metallo, CG". Il tutto condito con le ombre fatte col finto tratto a matita che era orrendo anche negli anni '80.
In sostanza è una roba che nel caso migliore sembra un videogioco del 2006, nel peggiore è questo:
![]() |
| Guardate la bambina e ditemi che non vi causerà incubi |
Questo è un peccato, perchè per apprezzare l'episodio devi trovare il modo di scollegare gli occhi dal senso critico: dialoghi e trama sono belli, anche se Puck è più fuori luogo che mai (comic relief in una serie horror e brutale).
Una lamentela che ho in quanto lettrice è che a quanto pare salteranno un sacco di archi narrativi, che non solo erano molto belli (come quello dei Bambini Perduti), ma che portavano avanti la caratterizzazione di Gatsu ed era importante: Gatsu è uno che divide le persone a cui ha voluto bene in tre categorie. Quelli morti malissimo, quelli che l'hanno tradito in modi che non puoi neanche immaginare, e quelli che sono impazziti.
Tagliare le avventure che lo portano in una situazione in cui ok, si può anche parlare di fidarsi di nuovo e arrivare direttamente al momento in cui lo fa non so quanto possa rendere.
Insomma, io intanto la guarderò per avere qualcosa (ultimo numero uscito nel 2013, forse ne esce un'altro quest'anno) ma direi che non è un prodotto per neofiti: almeno per adesso mi sembra che dia scontato quello che è successo prima, anche se non escludo qualche flashback più avanti (ma onestamente: per quanto L'Epoca d'Oro sia l'arco narrativo più popolare, e ritenuto da molti il migliore, nel corso degli anni hanno adattato solo quello... trovo giusto dare per assodato che se guardi Berserk ormai lo sai).
O forse sono io che ho scordato il senso di straniamento dei primi numeri, in cui c'era questo tizio fortissimo, stronzissimo, che ammazzava demoni ovunque senza sapere come-quando-dove-perchè.
giovedì 7 aprile 2016
The A Word
Era un sacco che non guardavo una serie inglese (escludendo Doctor Who, che però considero una cosa a parte), e questo mi è sembrato subito il classico drammone familiare che ogni tanto mi piace guardare.
Ambientato in un paesino sperduto dell'Inghilterra, The A Word segue le vicende della famiglia Hughes, complicata e normale come un po' tutte le famiglie sono: c'è il quasi dispotico Maurice, nonno e padre impiccione e capace di farti sentire come se ti stesse giudicando anche se non ti sta giudicando; c'è il figlio Eddie, appena tornato nel paese con la moglie Nicola, che cerca di superare il di lei tradimento con un collega; c'è la figlia Alison, sposata con Paul e con due figli: l'adolescente Rebecca (avuta da una precedente relazione) e il piccolo Joe, di appena cinque anni.
Ed è su di loro che si concentra la narrazione: quando iniziano a rendersi conto che Joe è davvero strano. Adora la musica, non fa amicizia, fa tanti capricci, a dirgli qualcosa c'è il 50% di possibilità che ti ascolti o che ti ignori, e alla fine a quello che i genitori credevano un problema comportamentale viene dato un nome durissimo e quasi incomprensibile: autismo.
Se ne trovano molte, di storie con protagonisti bambini autistici (o meglio, con protagonisti i loro genitori), ma questa nei primi due episodi mi ha colpito parecchio: intanto ha un'ambientazione particolare, ossia il paesino di provincia, quello dove tutti conoscono tutti, dove può partire lo scatto di solidarietà estremo ma anche la chiacchiera alle spalle, dove essere diverso significa essere l'argomento a cena a casa degli altri. In un'ambiente simile è comprensibile che Alison voglia tenere nascosta la diagnosi del figlio, per quanto meschino possa sembrare. Poi c'è la famiglia, dove tutti affrontano in modo diverso il "verdetto" medico: la sorella maggiore, che non capisce perchè sia una tragedia visto che - alla fine dei conti - niente è cambiato, e cerca di proteggere il fratellino dalle discussioni domestiche; i genitori che non sanno come affrontare la cosa, ognuno chiuso nel suo dolore e (per ora) incapaci di essere un team. Gli zii che hanno tanti di quei problemi che l'ultima cosa che vorrebbero è essere risucchiati da un nuovo dramma, ma non c'è scelta perchè è la famiglia, e gli vuoi bene, e ci devi essere. Il nonno che cerca di prendere le redini della situazione anche se non spetta a lui. E Joe, adorabilmente inconsapevole, che vorrebbe solo continuare con la sua vita di tutti i giorni.
Ultima cosa ad avermi colpita è stata, beh, l'autismo: i media ci hanno abituato ad associare a questa parola bambini che non parlano, che non giocano, che non provano emozioni, che "non sono qui". In questo telefilm si vede un bambino che rientra nello spettro autistico che parla, ride, cerca il contatto visivo, interagisce, che porta tutti a chiedersi come un bambino del genere possa essere autistico. Mi è piaciuto che si siano scostati dalla classica rappresentazione del caso gravissimo.
Ma, soprattutto, mi piace che l'autismo di Joe non sia l'unico argomento della serie: praticamente tutti hanno una loro storyline da mandare avanti e altre cose di cui occuparsi... e questo rende la storia molto più completa, almeno secondo me.
Dal punto di vista tecnico, la serie non si allontana dal livello qualitativo a cui ci ha abituati la BBC: humor inglese come se piovesse, una colonna sonora fantastica e un cast di altissimo livello, in cui anche il ragazzino di sei anni riesce a giocarsela alla pari con attori del calibro di Christopher Eccleston.
Ambientato in un paesino sperduto dell'Inghilterra, The A Word segue le vicende della famiglia Hughes, complicata e normale come un po' tutte le famiglie sono: c'è il quasi dispotico Maurice, nonno e padre impiccione e capace di farti sentire come se ti stesse giudicando anche se non ti sta giudicando; c'è il figlio Eddie, appena tornato nel paese con la moglie Nicola, che cerca di superare il di lei tradimento con un collega; c'è la figlia Alison, sposata con Paul e con due figli: l'adolescente Rebecca (avuta da una precedente relazione) e il piccolo Joe, di appena cinque anni.
Ed è su di loro che si concentra la narrazione: quando iniziano a rendersi conto che Joe è davvero strano. Adora la musica, non fa amicizia, fa tanti capricci, a dirgli qualcosa c'è il 50% di possibilità che ti ascolti o che ti ignori, e alla fine a quello che i genitori credevano un problema comportamentale viene dato un nome durissimo e quasi incomprensibile: autismo.
Se ne trovano molte, di storie con protagonisti bambini autistici (o meglio, con protagonisti i loro genitori), ma questa nei primi due episodi mi ha colpito parecchio: intanto ha un'ambientazione particolare, ossia il paesino di provincia, quello dove tutti conoscono tutti, dove può partire lo scatto di solidarietà estremo ma anche la chiacchiera alle spalle, dove essere diverso significa essere l'argomento a cena a casa degli altri. In un'ambiente simile è comprensibile che Alison voglia tenere nascosta la diagnosi del figlio, per quanto meschino possa sembrare. Poi c'è la famiglia, dove tutti affrontano in modo diverso il "verdetto" medico: la sorella maggiore, che non capisce perchè sia una tragedia visto che - alla fine dei conti - niente è cambiato, e cerca di proteggere il fratellino dalle discussioni domestiche; i genitori che non sanno come affrontare la cosa, ognuno chiuso nel suo dolore e (per ora) incapaci di essere un team. Gli zii che hanno tanti di quei problemi che l'ultima cosa che vorrebbero è essere risucchiati da un nuovo dramma, ma non c'è scelta perchè è la famiglia, e gli vuoi bene, e ci devi essere. Il nonno che cerca di prendere le redini della situazione anche se non spetta a lui. E Joe, adorabilmente inconsapevole, che vorrebbe solo continuare con la sua vita di tutti i giorni.
Ultima cosa ad avermi colpita è stata, beh, l'autismo: i media ci hanno abituato ad associare a questa parola bambini che non parlano, che non giocano, che non provano emozioni, che "non sono qui". In questo telefilm si vede un bambino che rientra nello spettro autistico che parla, ride, cerca il contatto visivo, interagisce, che porta tutti a chiedersi come un bambino del genere possa essere autistico. Mi è piaciuto che si siano scostati dalla classica rappresentazione del caso gravissimo.
Ma, soprattutto, mi piace che l'autismo di Joe non sia l'unico argomento della serie: praticamente tutti hanno una loro storyline da mandare avanti e altre cose di cui occuparsi... e questo rende la storia molto più completa, almeno secondo me.
Dal punto di vista tecnico, la serie non si allontana dal livello qualitativo a cui ci ha abituati la BBC: humor inglese come se piovesse, una colonna sonora fantastica e un cast di altissimo livello, in cui anche il ragazzino di sei anni riesce a giocarsela alla pari con attori del calibro di Christopher Eccleston.
mercoledì 9 marzo 2016
Damien
Riemergo dall'abisso per un pilot: una serie di cui non ho seguito niente, pur con la certezza che l'avrei guardata. Anche senza sottotitoli, da quanto l'aspettavo.
Ma torniamo indietro: correva l'anno 1976, e al cinema uscì il classico dell'horror The Omen (Il Presagio): un film che consiglio a tutti quelli che non l'hanno visto, che narra la storia della famiglia Thorn. Robert, ambasciatore U.S.A, e la moglie Katherine aspettano il primo figlio, che purtroppo nasce morto. Per superare la tragedia all'uomo viene suggerito di sostituire il piccolo con un neonato la cui madre è morta di parto: Robert accetta, senza dire nulla a Katherine. Cinque anni dopo cominciano i problemi: il piccolo Damien inizia a rivelarsi sempre più diverso dagli altri bambini.
Per farla breve e anticlimatica, ad un certo punto scoprono che è l'Anticristo.
Grazie al grande successo The Omen non è rimasto uno stand-alone: ha avuto due seguiti (La maledizione di Damien e Conflitto Finale), un terzo seguito fatto per picchiare il cavallo morto (Presagio Infernale, di rara bruttezza) e un remake abbastanza inutile che pur ricalcando l'originale scena per scena riesce a perderne tutto il fascino.
Adesso è arrivato il momento della miniserie, che si pone come seguito del primo film ignorando il resto del franchise.
Personalmente trovo che questo sia un bel pilot: è ben girato, ben interpretato, esteticamente gradevole e riesce a tenere la tensione così bene che solo ad una seconda analisi mi sono resa conto che non succede niente o quasi. Quaranta minuti di Damien confuso, vagamente spaventato, ma di eventi veri e propri... beh, introducono qualche personaggio che chiaramente avrà un ruolo più avanti, e ci sono un bel po' di morti per essere un primo episodio (ma non vi dirò chi: se avete visto il film originale sarete anche voi in grado di capire chi tirerà il calzino, e se non l'avete visto... niente spoiler, questa volta) però lo scopo principale è introdurre il crescente disagio del protagonista.
La cosa più interessante è - indubbiamente - Damien. Ormai trentenne, il giovane è un fotografo di guerra e non è a conoscenza della sua reale identità: è solo consapevole di come nella sua vita succedano cose brutte (per questo ha difficoltà ad entrare in confidenza con gli altri) e ha pochissimi ricordi della sua infanzia.
L'intepretazione di Bradley James è buona, e ci mostra un uomo complesso e confuso, che più si va avanti più sembra sul punto di andare in pezzi (cosa non molto positiva, considerando chi è).
Temo, però, che questo possa anche essere ul limite della serie: ciò che rende così bello il film è che Damien è sì l'Anticristo, ma è innocente. È un istigatore passivo di malvagità nel senso che è la sua presenza a causarla più che lui a volerla, ed è un'altra persona a fargli commettere il suo unico atto crudele del film: Damien è inquietante ma non sa distinguere il bene dal male, e pertanto non può sceglierlo consapevolmente. Per contro, gli eroi sono uomini adulti il cui scopo è assassinare brutalmente un bambino di cinque anni.
Questa ambiguità non so come possa essere adattata su un Damien adulto e in grado di capire cosa lo circonda: posso solo supporre che vedremo un viaggio verso la consapevolezza in cui l'unica incognita sarà se il protagonista abbraccerà o meno la propria natura, e se abbia una possibilità di salvezza, ma per quanto tempo potranno giocare col "Ma è buono o cattivo?" prima che diventi ripetitivo?
In questo primo episodio, però, sono riusciti a ricreare quella sensazione di inevitabilità e di condanna che funziona tutt'ora nel "materiale d'origine".
Altra incognita riguarda il tema: Apocalisse e Anticristo non sono più molto innovativi e li abbiamo visti in tutte le possibili declinazioni. Questo qui, poi, parte da un adattamento molto classico, quindi mai come in questo caso devo dire che si vedrà nei prossimi episodi se può ancora dire qualcosa al pubblico, senza lo status di film classico a difenderlo.
Sulla nota più nerd: adoro che usino spezzoni del film originale come flashback, e che si senta il vecchio tema musicale.
Oh, e le morti in stile Final Destination sono ancora tra noi. Non hanno avuto paura del potenziale ridicolo.
Detto questo, io lo consiglio: se vi è piaciuto il film, è un sequel molto rispettoso. Se non avete visto il film, è un Anticristo in lotta col suo destino e può avere risvolti interessanti.
Ma guardate il film, anche solo per cultura generale.
Per farla breve e anticlimatica, ad un certo punto scoprono che è l'Anticristo.
Grazie al grande successo The Omen non è rimasto uno stand-alone: ha avuto due seguiti (La maledizione di Damien e Conflitto Finale), un terzo seguito fatto per picchiare il cavallo morto (Presagio Infernale, di rara bruttezza) e un remake abbastanza inutile che pur ricalcando l'originale scena per scena riesce a perderne tutto il fascino.
Adesso è arrivato il momento della miniserie, che si pone come seguito del primo film ignorando il resto del franchise.
Personalmente trovo che questo sia un bel pilot: è ben girato, ben interpretato, esteticamente gradevole e riesce a tenere la tensione così bene che solo ad una seconda analisi mi sono resa conto che non succede niente o quasi. Quaranta minuti di Damien confuso, vagamente spaventato, ma di eventi veri e propri... beh, introducono qualche personaggio che chiaramente avrà un ruolo più avanti, e ci sono un bel po' di morti per essere un primo episodio (ma non vi dirò chi: se avete visto il film originale sarete anche voi in grado di capire chi tirerà il calzino, e se non l'avete visto... niente spoiler, questa volta) però lo scopo principale è introdurre il crescente disagio del protagonista.
La cosa più interessante è - indubbiamente - Damien. Ormai trentenne, il giovane è un fotografo di guerra e non è a conoscenza della sua reale identità: è solo consapevole di come nella sua vita succedano cose brutte (per questo ha difficoltà ad entrare in confidenza con gli altri) e ha pochissimi ricordi della sua infanzia.
L'intepretazione di Bradley James è buona, e ci mostra un uomo complesso e confuso, che più si va avanti più sembra sul punto di andare in pezzi (cosa non molto positiva, considerando chi è).
Temo, però, che questo possa anche essere ul limite della serie: ciò che rende così bello il film è che Damien è sì l'Anticristo, ma è innocente. È un istigatore passivo di malvagità nel senso che è la sua presenza a causarla più che lui a volerla, ed è un'altra persona a fargli commettere il suo unico atto crudele del film: Damien è inquietante ma non sa distinguere il bene dal male, e pertanto non può sceglierlo consapevolmente. Per contro, gli eroi sono uomini adulti il cui scopo è assassinare brutalmente un bambino di cinque anni.
Questa ambiguità non so come possa essere adattata su un Damien adulto e in grado di capire cosa lo circonda: posso solo supporre che vedremo un viaggio verso la consapevolezza in cui l'unica incognita sarà se il protagonista abbraccerà o meno la propria natura, e se abbia una possibilità di salvezza, ma per quanto tempo potranno giocare col "Ma è buono o cattivo?" prima che diventi ripetitivo?
In questo primo episodio, però, sono riusciti a ricreare quella sensazione di inevitabilità e di condanna che funziona tutt'ora nel "materiale d'origine".
Altra incognita riguarda il tema: Apocalisse e Anticristo non sono più molto innovativi e li abbiamo visti in tutte le possibili declinazioni. Questo qui, poi, parte da un adattamento molto classico, quindi mai come in questo caso devo dire che si vedrà nei prossimi episodi se può ancora dire qualcosa al pubblico, senza lo status di film classico a difenderlo.
Sulla nota più nerd: adoro che usino spezzoni del film originale come flashback, e che si senta il vecchio tema musicale.
Oh, e le morti in stile Final Destination sono ancora tra noi. Non hanno avuto paura del potenziale ridicolo.
Detto questo, io lo consiglio: se vi è piaciuto il film, è un sequel molto rispettoso. Se non avete visto il film, è un Anticristo in lotta col suo destino e può avere risvolti interessanti.
Ma guardate il film, anche solo per cultura generale.
giovedì 28 gennaio 2016
Lucifer
Non ho letto il fumetto da cui questo telefilm è tratto, ma se le atmosfere sono come quelle di Sandman ed Hellblazer, posso capire l'urlo di dolore dei lettori.
Da non lettrice posso ammettere candidamente di essermi divertita un sacco nei quaranta minuti del pilot.
In Supernatural Morte definiva Lucifero "a bratty child having a tantrum", e la frase si può applicare anche qui, ma nel suo lato ridicolo: l'angelo caduto, il serpente, il tentatore... si è rotto le scatole, ha mollato gli Inferi e si è trasferito a Los Angeles.
Dove gestisce un night club.
A occhio Dio l'ha presa come un genitore che scopre che il figlio ribelle ha mollato medicina per fare l'artista di strada, ossia spedendo il figlio responsabile di turno (Amenadiel) a fargli cambiare idea - almeno finchè la cosa resta su un piano così idiota da non meritarsi una discesa in campo personale.
Lucifero è la cosa migliore della puntata. È affascinante, irriverente, a metà tra il simpatico e l'insopportabile, non sta zitto un momento e la cosa che mi è piaciuta di più è che non si nasconde affatto: dice candidamente di chiamarsi Lucifero, di essere immortale, di avere poteri... e la reazione di tutti è, più o meno, "Sì, ok, come ti pare".
Per adesso sembra aver messo da parte le caratteristiche più negative che gli sono tradizionalmente associate e pare bizzarramente affezionato agli umani, con sommo sconcerto di chi sa chi è. In effetti ha sconcertato un po' anche me, ma in fin dei conti quale ribellione maggiore ci può essere, per lui, se non essere meno bastardo di quanto dovrebbe? Soprattutto se il ruolo di villain gli è stato imposto dal padre e non è stato una scelta (non sarebbe la prima volta che, in qualche retelling, viene interpretato in questo modo).
Per il resto la puntata procede con un sacco di potenzialità non del tutto espresse e il timore che rimangano tali: non so perchè, ma con la premessa che ho scritto qualcuno ha deciso che il formato migliore per la serie sarebbe stato un poliziesco per cui sì, tutto il bagaglio mistico c'è, ma di base questo è uno di quei telefilm dove ad un poliziotto competente si accompagna un esperto di qualcosa.
Ed ecco quindi entrare in scena Chloe: la povera donna ha la sfortuna di indagare sull'omicidio di una cantante amica di Lucifer, e pertanto prima se lo ritrova sempre tra i piedi - perchè anche lui sta svolgendo la sua personale indagine - e poi direttamente appresso perchè è più produttivo (e divertente) lavorare insieme piuttosto che separati.
Oh, e la fanciulla, per qualche motivo, è immune ai poteri del protagonista e questo lo incuriosisce da morire.
Quindi, alla fine dei conti, la parte poliziesca procede in modo assolutamente tradizionale e con pochi colpi di genio. Non noiosa, ma nemmeno esaltante.
Dall'altro lato abbiamo dei personaggi deliziosi, dei dialoghi brillanti, una colonna sonora strepitosa, e un Tom Ellis perfettamente calato nella parte, assolutamente a suo agio nel reggere da solo o quasi tutto l'episodio (e se continua così potrebbe reggere tutta la serie). Dico quasi perchè anche Lauren German se la cava alla grande.
In sostanza concordo con quanto disse Neil Gaiman del pilot: divertente, potenziale guilty pleasure molto pleasure e poco guilty, e un Tom Ellis fenomenale.
Da non lettrice posso ammettere candidamente di essermi divertita un sacco nei quaranta minuti del pilot.
In Supernatural Morte definiva Lucifero "a bratty child having a tantrum", e la frase si può applicare anche qui, ma nel suo lato ridicolo: l'angelo caduto, il serpente, il tentatore... si è rotto le scatole, ha mollato gli Inferi e si è trasferito a Los Angeles.
Dove gestisce un night club.
A occhio Dio l'ha presa come un genitore che scopre che il figlio ribelle ha mollato medicina per fare l'artista di strada, ossia spedendo il figlio responsabile di turno (Amenadiel) a fargli cambiare idea - almeno finchè la cosa resta su un piano così idiota da non meritarsi una discesa in campo personale.
Lucifero è la cosa migliore della puntata. È affascinante, irriverente, a metà tra il simpatico e l'insopportabile, non sta zitto un momento e la cosa che mi è piaciuta di più è che non si nasconde affatto: dice candidamente di chiamarsi Lucifero, di essere immortale, di avere poteri... e la reazione di tutti è, più o meno, "Sì, ok, come ti pare".
Per adesso sembra aver messo da parte le caratteristiche più negative che gli sono tradizionalmente associate e pare bizzarramente affezionato agli umani, con sommo sconcerto di chi sa chi è. In effetti ha sconcertato un po' anche me, ma in fin dei conti quale ribellione maggiore ci può essere, per lui, se non essere meno bastardo di quanto dovrebbe? Soprattutto se il ruolo di villain gli è stato imposto dal padre e non è stato una scelta (non sarebbe la prima volta che, in qualche retelling, viene interpretato in questo modo).
Per il resto la puntata procede con un sacco di potenzialità non del tutto espresse e il timore che rimangano tali: non so perchè, ma con la premessa che ho scritto qualcuno ha deciso che il formato migliore per la serie sarebbe stato un poliziesco per cui sì, tutto il bagaglio mistico c'è, ma di base questo è uno di quei telefilm dove ad un poliziotto competente si accompagna un esperto di qualcosa.
Ed ecco quindi entrare in scena Chloe: la povera donna ha la sfortuna di indagare sull'omicidio di una cantante amica di Lucifer, e pertanto prima se lo ritrova sempre tra i piedi - perchè anche lui sta svolgendo la sua personale indagine - e poi direttamente appresso perchè è più produttivo (e divertente) lavorare insieme piuttosto che separati.
Oh, e la fanciulla, per qualche motivo, è immune ai poteri del protagonista e questo lo incuriosisce da morire.
Quindi, alla fine dei conti, la parte poliziesca procede in modo assolutamente tradizionale e con pochi colpi di genio. Non noiosa, ma nemmeno esaltante.
Dall'altro lato abbiamo dei personaggi deliziosi, dei dialoghi brillanti, una colonna sonora strepitosa, e un Tom Ellis perfettamente calato nella parte, assolutamente a suo agio nel reggere da solo o quasi tutto l'episodio (e se continua così potrebbe reggere tutta la serie). Dico quasi perchè anche Lauren German se la cava alla grande.
In sostanza concordo con quanto disse Neil Gaiman del pilot: divertente, potenziale guilty pleasure molto pleasure e poco guilty, e un Tom Ellis fenomenale.
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