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lunedì 6 marzo 2023

Baby recensioni: La dea in fiamma - Lei che divenne il Sole

Mi sono dovuta arrendere all'evidenza: per recuperare le recensioni perdute di questi mesi ne usciranno diverse in versione ridotta, anche se mi spiace... in particolare per La dea in fiamme, ossia un libro che ho molto apprezzato e che ha chiuso degnamente una trilogia che mi ha particolarmente convinto e finora avevo recensito volume per volume.
Ma il testo l'ho letto una vita e mezzo fa, non me lo ricordo più così bene da poter articolare una recensione approfondita - o quantomeno più approfondita di questa.
La dea in Fiamme è il volume conclusivo della trilogia La Guerra dei Papaveri, e mi è piaciuto davvero tanto: non è un libro perfetto, ma nelle sue pagine possiamo trovare un'evoluzione coerente per quanto riguarda i personaggi, in cui possiamo vedere quanto l'esperienza della guerra li abbia profondamente segnati. È anche un libro che mostra con peculiare realismo - soprattutto tenuto conto del target di riferimento - come vincere una guerra e ricostruire un paese devastato dalla guerra appena vinta siano due cose completamente diverse e riuscire a fare una non vuol dire affatto essere in grado di fare anche l'altra. Allo stesso modo, in questo volume il tema fino ad adesso accennato del colonialismo culturale emerge con prepotenza mostrando come la violenza non sia solo quella fisica, e come faccia malissimo comunque.
Dicevo però che non è un libro perfetto: la componente fantasy rimane sempre sottotono, che non mi darebbe fastidio se i mirabolanti poteri di Rin avessero una qualche costanza, e poi ad un certo punto arriva una sottotrama a mio avviso completamente inutile perché non solo va a dare una conclusione a personaggi che potevano tranquillamente essere lasciati dove stavano e sarebbero stati conclusi comunque, ma le conseguenze sulla trama sono circa zero e almeno io non sentivo il bisogno di un approfondimento in tal senso. 
Però rimane un testo valido, e il finale è l'unico che avesse un senso, qualsiasi altra cosa sarebbe stata una forzatura.



Lei che divenne il Sole, di Shelley Parker-Chan, è un libro che al contrario del precedente ho letto in tempi recenti. Il problema, per lui, è che l'ho letto per provare ad uscire dal blocco del lettore: il risultato è che ci ho messo una vita a leggerlo, mi sono arenata malissimo nella parte centrale e in generale pur non reputandolo un brutto libro ora come ora lo associo ad una brutta esperienza di lettura.
Questo testo, primo di una duologia ancora in corso, è un fantasy storico che va a riscrivere le vicende di Zhu Yuanzhang, che divenne il primo imperatore della dinastia Ming, con un interessante plot twisti: Zhu è una donna che ha deciso di spacciarsi per uomo al fine di ereditare il destino di gloria destinato al fratello - morto bambino.
È un libro interessante, di quelli che lo senti che è un'opera prima e senti anche che l'autrice ha talento da vendere a pacchi, con una trama intrigante e personaggi ben delineati. L'identità di genere, l'orientamento sessuale, sono tematiche presenti ed inserite con grande naturalezza, così come il concetto che bisogna lottare per guadagnarsi il proprio destino.
Il problema più grosso, a mio avviso, è che dopo un inizio folgorante il ritmo rallenta molto nella parte centrale. Non so però quanto sia un problema effettivamente grave: sospetto di aver accusato particolarmente il colpo perché l'ho letto nel periodo sbagliato, e non è il genere di testo in grado di salvarmi da un blocco del lettore. 
Insomma, in definitiva non è un libro che sconsiglio, però non posso neanche dire di averlo amato. Ma leggerò il secondo, sperando che la penna dell'autrice nel frattempo si sia affinata.

lunedì 27 febbraio 2023

Baby recensioni: Il grande madre dei Sargassi - Cronache di un gatto viaggiatore


Il grande mare dei Sargassi è un testo che ci tenevo a recuperare dopo averne sentito parlare benissimo su Booktube, quindi ho approfittato degli sconti Adelphi, circa un millennio e mezzo di anni fa, nonostante sulla carta non abbia il genere di premessa che mi attira o piace: si tratta, infatti, di una specie di prequel/spin-off di un grande classico - Jane Eyre, nello specifico - che va a narrare le vicende di un personaggio secondario ma fondamentale del libro. In questo testo l'autrice ci narra le vicende di Antoinette, donna bellissima e fragile, destinata a divenire la prima moglie di Rochester, e sarebbe stato facile raccontare una storia d'amore tragica e complessa. Forse è per questo che l'autrice non l'ha fatto, e invece ci accompagna in una storia molto intima, un racconto personale, in cui vediamo una società dilaniata dal razzismo e dalle differenze di classe e un'ambientazione post-coloniale che sembra di poter toccare con mano. È un libro che riesce ad essere sia incredibilmente vivido nel creare le sue ambientazioni e del mostrare il contesto sociale in cui si muove Antoinette, sia sfocato nel dipingere i suoi personaggi. Il punto di vista di ogni personaggio è estremamente parziale e viziato dal contesto in cui il personaggio in questione è cresciuto e per noi lettori smaliziati diventa evidente (anche senza aver letto Jane Eyre) che il pregresso culturale di tutti renderà impossibile trovare un punto di contatto, così come rimane sempre presente il dubbio se la follia di Antoinette sia reale, o se sia Rochester - che costantemente cerca di cancellare la sua identità - a distruggere una donna colpevole di essere diversa da come se la immaginava e da come la società la vorrebbe.
Tuttavia devo ammettere che il libro non mi ha coinvolta molto: forse l'avevo caricato di troppe aspettative, ma rimane il fatto che per buona parte della lettura mi sono sentita estranea alla vicenda e alla sua eroina, che per un libro così personale è un punto a sfavore.


Libri, gatti e copertina adorabile, e il risultato è che il libro entra in casa mia.
Ho un rapporto conflittuale con i libri che parlano di animali, o del rapporto tra un umano e un animale, perché nove volte su dieci il libro finisce con la morte del cane o del gatto, e la morte degli animali è uno dei miei trigger. Però Cronache di un gatto viaggiatore sembrava così carino, così adorabile, che ho deciso di correre il rischio lo stesso... anche perché l'espediente narrativo del doppio punto di vista lo condivide con My roommate is a cat - che a oggi rimane il mio posto felice in ambito letture.
Il testo di Hiro Arikawa ci racconta la vita di Satoru e Nana: il primo un giovane sensibile ed amante degli animali, il secondo un gatto randagio che - complice un incidente stradale - finisce per... accettare di condividere l'appartamento di Satoru. E la sua auto, quando Satoru si trova impossibilitato a continuare a prendersi cura di lui. Così noi lettori ci uniamo a questa strana coppia in un viaggio il cui obbiettivo è trovare la persona perfetta che possa prendersi cura di Nana, e nel mentre conosciamo le persone più rilevanti del passato di Satoru, andando così a ricostruire la vita del ragazzo. 
Si è trattato di una lettura dolce e delicata, ma molto meno incisiva rispetto a quello che - secondo me - si riproponeva l'autore: didascalica, quasi, e con poche differenze tra la voce felina e la voce umana.
Ci sono molti momenti teneri, ed il finale (per quanto ben presto si capisca dove si andrà a parare) riesce a colpire duro nei sentimento, ma nell'insieme mi sono sentita spesso distaccata rispetto agli eventi narrati. Un libro carino, ma un libro che speravo sinceramente mi piacesse di più.

lunedì 24 gennaio 2022

Baby recensioni: La ragazza nella torre - L'inverno della strega

La ragazza nella torre, secondo volume della trilogia scritta da Katherine Arden iniziata con L'orso e l'usignolo, è un libro che mi ha portata pericolosamente vicina al blocco del lettore: non è stata colpa sua, sono stata io che mi sono ostinata a voler leggere un volume quando palesemente non era il suo momento e non ero nello stato d'animo adatto.
La ragazza nella torre è un solido secondo volume: per quanto il primo potesse considerarsi autoconclusivo, questo non lascia l'impressione di essere stato messo insieme perché ce ne dovevano essere per forza tre, ma piuttosto perché la storia di Vasja ha ancora qualcosa da mostrare: vediamo Vasja, ragazzina di provincia, più simile ad una campagnola che ad una nobildonna, viaggiare. E vediamo come la sua concezione del mondo, ingenua e per forza di cose contaminata dal suo vivere al confine con le favole, scontrarsi col mondo vero.
Anche noi lettori, in questo volume, ci troviamo di fronte ad un mondo più grande: regioni, capitali, politica interna e trattati con popoli confinanti, religione e folclore. All'interno de La ragazza della torre tutti sembrano avanzare pretese sulla Rus, sui suoi territori e sulla sua anima, in una guerra in preparazione in cui Vasja si trova coinvolta quasi suo malgrado, e dove alcuni sembrano attribuirle un potere che lei stessa non comprende.
Come nel precedente testo, Katherine Arden ci porta nuovamente all'interno della Rus, descrivendola in un modo tale che quasi si sente il freddo della neve. I personaggi sono ben costruiti, con motivazioni, pregi e difetti, e trovo sempre gradevole quando le figure non umane vengono rappresentate come tali.
Il difetto maggiore, a mio avviso, la presenza di un personaggio di cui speravo ci fossimo liberati un volume fa e che per me non ha più niente da dire. Spoiler: lo penso anche dopo aver letto il terzo.

 
 

L'inverno della strega è il terzo ed ultimo libro della trilogia, e si tratta di una più che degna conclusione: in questo volume vediamo la crescita di Vasja giungere a termine. L'abbiamo vista nascere, questa improbabile eroina, questa bambina scavezzacollo con gli occhi verdi e la bocca troppo larga. L'abbiamo vista invischiarsi con poteri che conosceva solo in parte, interagire con creature millenarie che avevano bisogno di lei, ma di lei tanto più vecchie.
Qui vediamo Vasja scoprire cosa vuole fare, e imparare come faloe, la vediamo emanciparsi dal ruolo di pedina per prendere saldamente in mano il proprio destino e divenire una nuova forza, in quella che sarà la battaglia decisiva per la Rus, e intendo proprio tutta la Rus: geografica, politica, culturale. Non è solo una battaglia per l'anima di una nazione.
Ho apprezzato molto come, in questo frangente, la Arden sia riuscita a mostrare la religione cristiana non solo come qualcosa che distrugge e brucia, quasi ci fosse alla fine un tocco di speranza perché nonostante tutto noi le storie e le filastrocche e le feste sostituite dai giorni dei Santi le ricordiamo ancora. Non le hanno cancellate per sempre dalla nostra memoria.
Ma soprattutto ho amato come Vasja sia presentata come qualcosa di nuovo, ma si intuisca che per riuscire a mantenere il suo ruolo dovrà avvicinarsi ad essere qualcosa di molto antico, di molto conosciuto, di molto iconico, e quando l'ho capito ho esultato come una ragazzina che vede diventare canon la sua prima ship. E non si stava neanche parlando di ship.
Alla fine quella di Katherine Arden è una trilogia ben scritta, con un ottimo world building e che lascia la voglia di comprare tutti i libri di mitologia russi esistenti. Ma devo dire che purtroppo non mi è entrata nel cuore: c'è un motivo, se pur volendola recensire tutta non ho scritto recensioni singole. Non mi ha lasciato abbastanza da dire.

lunedì 31 maggio 2021

Baby recensioni: Mendel dei libri - Alce Nero parla

Stefan Zweig è un autore di cui ho letto solo le biografie, di cui ho imparato ad amare lo stile: la sua biografia su Maria Antonietta è un libro che consiglio a chiunque. Per questo ero abbastanza incuriosita dalla sua produzione fuori da questo genere, e ho sempre sentito parlare molto bene di Mendel dei libri: è un librino piccolo piccolo, appena 60 pagine, che lo inizi e sei perplesso perché sono 60 pagine, non dovrebbe partire col botto? Se comincia lento anzi lentissimo, come fa ad arrivare da qualsiasi parte, con così poche pagine?
E invece no. In questo librino conosciamo Jakob Mendel, un bibliofilo, un uomo con una memoria straordinaria, vero e proprio catalogo vivente, il cui unico interesse, la cui unica ragione di vita, sono i libri. Un eccentrico, conosciuto a tutti i professori ed intellettuali di Vienna e oltre, che a lui si rivolgono se hanno bisogno di qualcosa, di un libro sconosciuto su un oscuro argomento. 
Sembra quasi l'incipit di una storia brillante, ma no. Perché siamo in Europa e perché a volte tendiamo a scordarci che c'è stata anche la Prima Guerra Mondiale, e in queste pagine la sua ombra è oscura e pesante, e anche se non vediamo una trincea nemmeno di sfuggita, è in grado di stritolare chi non fa nulla, se non sedersi in un bar e occuparsi di libri. E Zweig in 60 pagine ti trascina in un mondo dove le conseguenze del conflitto si manifestano anche nella miopia di burocrati che non guardano al singolo caso, e finiscono per distruggere una cosa bella e innocente e innocua, che non faceva male a nessuno.
Si legge in un soffio, ma rimane molto più pesante nella mente e nel cuore.

 


Io ho problemi con le storie dei nativi americani.
Quando avevo sei o sette anni ero completamente innamorata degli indiani d'America: nella classifica di cose meravigliose della me seienne c'erano i dinosauri e poi gli indiani. Per quello chiesi a mio padre se c'era modo di vederne uno, che oggi mi rendo conto delle implicazioni terrificanti di una richiesta del genere, ma per me ai tempi sarebbe stato l'equivalente di vedere i Rolling Stones in concerto. Mio padre mi disse di no, mi disse che i nativi americani come li intendevo io non esistevano più e io gli chiesi perché.
E lui me lo disse.
Fu il momento in cui scoprii che nel mondo succedono cose orribili e sbagliate, e non c'è nessun modo di rimetterle a posto, che non si possono aggiustare, mai. E io da allora non riesco ad approfondire quella parte di storia, quegli eventi, quelle culture.
Alce Nero parla, a mente fredda, un po' di perplessità la lascia: la testimonianza di un nativo, lo stregone Siux Alce Nero, riportata da John G. Neihardt, da un bianco, per i bianchi. Non solo: cercando qualche informazione in giro, pare che Neihardt abbia pure alterato parte del racconto e del modo di parlare di Alce Nero per rendere il libro più accessibile ai lettori bianchi. Però, nonostante tutti i problemi, ho trovato la lettura di questo libro molto interessante e tanto, tanto malinconica.
Un compromesso, forse, per iniziare a rendersi conto di quanto tutto fu ingiusto e crudele, ma con un piccolo passo indietro per non esserne schiacciati.
Chissà, magari un giorno riuscirò a leggere queste testimonianze senza filtri.

lunedì 26 aprile 2021

Baby recensioni: Un'estate con la strega dell'Ovest - Rosso, bianco e sangue blu

A volte penso che sia strano come gli interessi si sviluppino durante le nostre vite: sono una grande fruitrice di manga ed anime, ossia prodotti tipicamente giapponesi, eppure la letteratura nipponica è un universo che ho esplorato davvero poco, salvo la parentesi Banana Yoshimoto apertasi e chiusasi durante la mia adolescenza, e qualche volume sporadico.
Un'estate con la strega dell'Ovest è un libro che mi ha intrigato da subito, complice questa recensione, di cui ho atteso l'edizione economica. Si tratta di una dolce storia di formazione giunta da noi con pluridecennale ritardo: la tredicenne Mai decide di non tornare più a scuola e i genitori, presi alla sprovvista da questo comportamento della figlia, decidono di farle passare del tempo dalla nonna... che non è la classica nonna di un'adolescente giapponese: si tratta infatti di una donna inglese.
Nei mesi che Mai passa con la nonna, nell'isolata casa in campagna, la vediamo immergersi in un'ambiente bucolico, imparare lezioni che forse all'occhio moderno sembrano inutili ma che non lo sono - fosse solo che poter dire "lo so fare" non è mai inutile. 
Un libro lento, quasi privo di ritmo, perché non racconta eventi ma rapporti e stati d'animo, e quell'amore che ci lega ai nonni che non ha bisogno di essere sottolineato o mostrato o sbandierato perché c'è.
Un libro che parte e continua così in sordina che mentre lo leggi ti annoia, e quando lo finisci ti sorprende perché se ti ha annoiato perché ora quasi piangi?

 
 

Nei momenti di stress affronto la lettura con strategie precise: non leggo e mi butto su altri media, oppure cerco letture leggere, qualcosa che mi intrighi, mi tenga incollata alle pagine ma senza mettere sotto sforzo una povera testa che già si sente abbastanza sotto pressione.
Certo, poi mando tutto a passeggiatrici perché a quel punto una delle mie iperfissazioni può entrare in gioco e portarmi a togliere dalla TBR proprio quel mattone di letteratura medioevale che a una certa si incrocia col ciclo arturiano, ma di base mi oriento verso titoli che percepisco come meno impegnativi. Ed è per questo che mi sono procurata Rosso, bianco e sangue blu, un libro che avevo addocchiato quando è uscito in patria ma, una volta annunciato anche da noi, ho deciso di procurarmi tradotto. Era una trama che mi aveva trasmesso l'idea di trash buono: l'improbabile storia d'amore tra il figlio della Presidente degli Stati Uniti e il principe d'Inghilterra promette un enemies to lovers, con in mezzo qualche dramma dovuto a tutte le questioni politiche e logistiche, e il libro ci prova pure, a mantenere queste promesse. 
Purtroppo, però, l'ho trovato un libro freddo: il protagonista, Alex, volevo strangolarlo a tratti, mentre Henry non è che mi abbia trasmesso chissà quale simpatia. 
È una lettura che mi ha lasciata insoddisfatta perché quando si concentrava sulla storia d'amore, dopo un po' iniziavo a smaniare che succedesse qualcosa, e quando poi partiva la trama non mi piaceva e volevo tornare alla storia d'amore.
Non penso si tratti di problemi oggettivi ed intrinsechi del libro: molto semplicemente, credo che non facesse per me... soprattutto perché ad un certo punto sembrava che l'obbiettivo fosse non tanto raccontare una storia inclusiva ma poter spuntare tutti i punti alle liste di inclusività e rappresentazione che si possono trovare in un blog su Tumblr.

lunedì 27 luglio 2020

Baby recensioni: Musashi - Il Principe e il Pellegrino

In effetti mi mnancava qualche mattone classico fuori dal continente europeo, e il Giappone mi ha sempre affascinata.
Beh, non da sempre: da quando ho scoperto manga e anime, come molti della mia generazione (e non solo). Ma Musashi, di Eiji Yoshikawa, trascende questa passione nata durante l'infanzia: scritto negli anni '30, questo volumone che conta più di 800 pagine scritte piccolissimo, è la versione romanzata della vita di Miyamoto Musashi, figura storica e riconosciuto come uno dei più grandi samurai della storia giapponese.
Ma Yoshikawa va ben oltre la mera biografia: inizia a raccontare la storia di Musashi dopo la prima battaglia a cui ha preso parte, armato solo di forza bruta e tremendo carattere, ma è quasi come se fosse un pretesto. Siamo nel '600, il tempo dei grandi feudi giapponesi sta giungendo al termine, Musashi si appresta a divenire samurai in una nazione che sta consolidando il mutamento, dove le grandi guerre sono già state combattute, perse e vinte. Sembrerebbe uno spreco, non fosse che così l'ambizione di Musashi a divenire samurai diventa quasi più pura, assoluta: cercare la forza e la saggezza per sé stesso, per migliorare sé stesso, e non per mettersi a servizio di un signore.
Tutto portandoci con lui in un viaggio nel tempo e nello spazio di filosofie, combattimenti, personaggi pittoreschi, e un Giappone che ormai non esiste più, e valori tanto più affascinanti perché diversi dai nostri.
Oh, ed è la prova che le grandi menti a volte pensano uguale, perché comincia con una frase pronunciata da un soldato che è la parafrasi di "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie", e quante saranno le probabilità che Yoshikawa abbia letto Ungaretti?



Il Principe e il Pellegrino è l'ultimo volume dedicato al ciclo arturiano scritto da Mary Stewart, e come Il Giorno Fatale si tratta di una... storia collaterale? Forse si avvicina di più a una novella, se devo essere onesta: la trilogia dedicata a Merlino ci raccontava la storia del mago Merlino, Il Giorno Fatale chiudeva quella di Artù. Il Principe e il Pellegrino ci racconta di due personaggi che hanno poco o niente a che fare coi personaggi principali del nostro ciclo preferito (abbiamo però Morgana, che si vedeva poco nei capitoli principali): Alexander e Alice, che fanno vedere a noi lettori cosa significa essere due persone che vivono a Camelot durante i suoi anni d'oro.
Sulla carta una storia bellissima e interessante, il problema, però, è che se nei precedenti libri la Stewart ci ha donato un retelling che ha gettato le base per i retelling arturiani di stampo moderno (più della Zimmer Bradley), in questo preferisce raccontare una favola: la rielaborazione è poca, ma rimane lo stile poetico, dipingendo un mondo quasi a colori pastelli, dove elementi magici, sprituali e storici si mescolano in un dipinto delicato, con protagonisti appena abbozzati ma non per questo sgradevoli, capaci di mettere la propria felicità di fronte alle proprie ambizioni, e per questo raggiungendo un lieto fine precluso ai personaggi principali.
Un libro inferiore rispetto ai precedenti, ma che permette di salutare questo mondo e questa ambientazione su una note dolce invece che con una tragedia.

lunedì 27 aprile 2020

Baby Recensioni: Memorie di una contadina - Miti del Nord

Ed eccomi qui, a cercare di riprendere il filo del blog: questa è una di quelle situazioni in cui devo sforzarmi di tornare ad una parvenza di normalità e non crogiolarmi nella crisi nazionale e mondiale.
Memorie di una contadina, letto in tempi non sospetti, è una di quelle letture che permette - in questo particolare momento - di rivalutare i disagi che stiamo vivendo perché sul serio, ci sono generazioni che hanno vissuto situazioni peggiori durate letteralmente tutta la vita.
Memorie di una contadina è ben lontano da essere un esercizio di stile, o un progetto secondario di due autori di fama infinita: per certi versi rappresenta l'intellettuale, lo scrittore che vuole denunciare, che mette la sua penna a servizio non tanto di personaggi da lui inventati, ma degli umili. Di quella fascia di popolazione che non leggerà mai le sue opere perché non sa leggere.
Una testimonianza dolorosa della vita in Russia, nella Russia povera e calpestata. Una vita normale, ancora più terribile proprio perché normale. Non ci sono abbellimenti, nessun patetismo, solo il lucido racconto dell'anziana protagonista, che racconta senza nessuna pietà la sua vita, dal matrimonio non voluto all'esilio in Siberia, al ritorno a casa.
C'è poco o niente che permette di riconoscere la penna dietro il racconto.
Come ho detto, gli scrittori qui sono completamente a servizio della donna che ha scelto di raccontare loro la sua vita, considerandola così chiaramente una piccola cosa, una piccola briciola nel mondo come ce ne sono tante, da spezzare il cuore.



Miti del Nord è stato uno di quei casi in cui mi sono voluta lanciare a scatola chiusa, fidandomi dell'autore e del tema trattato, e invece avrei fatto meglio ad informarmi perché così avrei capito che non faceva proprio per me.
Non posso neanche dire che sia colpa del libro, perché è esattamente quello che promette di essere e non posso certo rimanerci male perché io mi aspettavo di più: Miti del Nord è un semplice retelling di alcuni dei miti norreni, nel senso più basic del termine. Non è una rielaborazione, non è un romanzo che ci racconta le gesta di Odino, Thor e compagnia con lo stile e la visione di Neil Gaiman: è semplicemente un ripetere le storie con uno stile, un linguaggio, più moderno ed accessibile ai lettori - che siano giovani o meno - in cui sembra quasi che Gaiman abbia cercato di farsi da parte più che poteva per offrire una versione il più fedele possibile al materiale di origine.
In questo senso, è il libro perfetto per chi desidera approcciarsi alla mitologia norrena: se una qualsiasi delle tante reinterpretazioni di questi personaggi vi ha affascinato e vi ha lasciato il desiderio di saperne di più, questo è il libro che fa per voi. Ve lo stra-consiglio, stavolta sì a scatola chiusa.
Ma allora, direte voi, qual è il tuo problema?
Ecco... il punto è che Gaiman si è basato sul Canzoniere eddico e sull'Edda in prosa: tutti i racconti all'interno di Miti del Nord vengono da lì.
Il mio problema è che io ho letto sia il Canzoniere eddico che l'Edda in prosa di Sturluson: per me Miti del Nord è stato come leggere la versione ridotta di un romanzo di cui ho letto l'edizione integrale.
Sarò sincera: se lo avessi saputo, avrei risparmiato i soldi.

venerdì 8 novembre 2019

Baby Recensioni: Le notti di Salem - Il Palazzo d'Estate e altre storie

Era da un po' che avevo voglia di rileggere questa particolare opera di Stephen King: come molte fa parte di quelle che ho rubato a mia madre, quando lei scoprì questo autore e - senza saperlo - lo fece scoprire anche alla me undicenne.
Non ricordavo molto, a parte quale fosse il mostro (per una volta classico e non inventato per l'occasione) e che all'epoca non è che fossi spaventata quanto inquietata.
Letto adesso devo ammettere che questo è uno dei libri di King in cui si avverte non solo il tempo che è passato ma anche la brevità: la storia di Ben Mears, scrittore che dopo un lutto torna a Gerusalem's Lot (cittadina del Maine dove ha passato parte dell'infanzia) per ricominciare a scrivere, secondo me avrebbe meritato più pagine, così come i suoi personaggi. E se il magnetico Padre Callahan verrà ripreso nella monumentale opera che è serie de La Torre Nera, gli altri non sono così fortunati.
Ma al di là del 'si poteva fare di più' dato sia dalla consapevolezza che questo autore può fare di più, sia dal fatto che ormai sto sviluppando una certa dipendenza per i mattoni, non si può negare che Le notti di Salem sia un libro che intrattiene moltissimo, con all'interno una rivisitazione del vampiro in grado di coniugare vecchio e nuovo: Barlow è chiaramente un nosferatu, ma con una mente luciferina che ricorda più il Dracula di Bram Stoker (libro, non film) che le creature animalesche a cui spesso siamo abituati ad accostare l'aspetto dei nosferatu. E c'è un'altra cosa che ho trovato interessante: nonostante il male in questo libro sia rappresentato da un vampiro millenario che arriva in città, a dominare la scena è casa Marsten. Casa Marsten è ambientazione e personaggio al tempo stesso, simile a Hill House, più sfacciata dell'Overlook Hotel nella sua palese malignità, sembra quasi essere la calamita che ha attirato Barlow in primo luogo, quasi fosse un purulento magnete che attira tutti - consapevoli ed inconsapevoli, umani e non - nella sua nefasta ombra, per rimanere a guardare l'orrore che si scatena ai suoi piedi.



Alcuni di voi ricorderanno la mia delusione di fronte al finale di L'ascesa dei re: finisce con la maggior parte delle sottotrame aperte... e quelle sottotrame erano circa il 90% di ciò che aveva acceso il mio interesse al di là di portare a casa la ship. Senza contare la consapevolezza che sarebbero uscite delle novelle da pagare con soldi veri a parte per avere una chiusura, e coerenza e dignità avrebbero voluto che io avessi volto lo sguardo altrove, una volta arrivata l'ovvia raccolta.
Sì, come no.
Colpita e affondata in quattro secondi e mezzo circa.
Ho un'unica considerazione "seria" su questo libro, ossia che la Pacat non ha imparato improvvisamente a scrivere, ma poter stare in un numero ristretto di pagine e aver - più o meno - un'ambientazione già definita la aiuta a non perdersi. E ora andiamo con breve commento su ogni novella:
Fugace è l'innocenza ci racconta l'epica storia d'amore tra Jord e Aimeric, ossia una cosa di cui nessuno sentiva il bisogno e tollerabile solo per i flashback su come è nata la Guardia del Principe e perché Jord è un personaggio vagamente accettabile.
Il palazzo d'estate è la novella dove Damen e Laurent fanno le cose zozze nel palazzo del titolo, e questa è una cosa di cui si sentiva il bisogno: se devi fare la commercialata, almeno dammi la ship come Archive of Our Own comanda.
Le avventure di Charls, il mercante di stoffe veriano torna nel regno del Chissenefrega soprattutto perché, giuro, continuo a non ricordarmi chi sia Charls o cosa abbia fatto nella saga principale. Tecnicamente dovrebbe servire da epilogo perché si parla dell'incoronazione, ma di fatto non dice quasi niente di come si stia stabilizzando la situazione politica dei due regni, o come faranno Damen e Laurent a rimanere insieme visto che a una certa dovranno procreare per evitare guerre di successione, o altro. In sostanza se fate attenzione potete ancora sentire i mie sbadigli.
Prediletto è la novella che mi ha fatto dare tre stelline al libro, perché parla del mio personaggio preferito del primo volume: Ancel, che era insopportabile e assolutamente inutile ma io lo amavo prima, lo amo ancora di più ora, e mi sono divertita un sacco con questa storia che lo vede al centro dell'attenzione. Datemene altre cento, e le leggerò tutte.
Ad ogni modo Il Palazzo d'Estate e altre storie è un libro assolutamente inutile se non siete fan della serie, l'ispirazione che sta alle sue spalle sono i soldi che frutterà e cerca in modo quasi ridicolo di dare qualcosa a ogni lettore. Però se la serie vi piace è divertente.

venerdì 30 agosto 2019

Baby rencensioni: Mio fratello rincorre i dinosauri - Caino

Si è parlato tanto e bene di Mio fratello rincorre i dinosauri, scritto dal giovanissimo Giacomo Mazzariol. Eppure la voglia di leggerlo per tanto tempo non sono riuscita a trovarla: per il recupero mi è servito un periodo strano, in cui desidero leggere ma niente della tbr mi attira e tutti i libri che ho comprato non mi sembrano giusti per me.
Passerà, ma fino a quel momento non serve a niente costringersi, piuttosto conviene sfruttare il vantaggio di far parte di una famiglia di lettori, tutti con gusti diversi.
Mio fratello rincorre i dinosauri è un libro piccino, che racchiude tanto, un po' come Giovanni, che non è il protagonista ma è come se lo fosse visto tutto ruoto attorno a lui. Giovanni è il più piccolo di quattro fratelli: ha due sorelle, un fratello, è amato come solo i più piccolini di una famiglia possono essere. E ha la sindrome di down.
Giacomo è il fratello di Giovanni, e in questo libro ci racconta la sua storia, quella di Giovanni, quella di loro due come fratelli. La sua confusione di bambino, a cui era stato detto che il fratellino era speciale, per poi rendersi conto che 'speciale' non voleva dire quello che pensava lui. E soprattutto l'adolescenza, quando inizia ad avere paura che quel fratellino diverso da tutti possa diventare fonte di vergogna, di emarginazione, al punto di non dire agli amici della sua esistenza. Di Giacomo Mazzariol ho apprezzato il non voler esagerare, il non voler sottolineare in modo stucchevole la dolcezza di Giovanni e la cattiveria del mondo esterno: si vede che Giacomo conosce suo fratello, e sa benissimo che basterà quello che è a conquistarci tutti.
In più,  come già faceva Fabien Toulmé nel simile Non è te che aspettavo, ha il coraggio di mettersi in gioco mostrando come i sentimenti più negativi - alla fine dei conti - ad averli sono soprattutto i normodotati.




Una recensione striminzita per José Saramago, che se non l'avessi già fatto per Victor Hugo come minimo non l'avrei scritta perché siamo di fronte ad un autore monumentale che merita saggi scritti da persone di cultura, non le quattro righe di un'assistente sociale che ha smesso di studiare letteratura al liceo.
Eppure eccomi qui.
Saramago si conferma un autore che si fa amare nonostante tutto: resto dell'idea che il suo stile è la prova dell'esistenza del genio, che chiunque altro - senza quella scintilla in più - risulterebbe semplicemente impossibile. Lui no.
In questo piccolo volume leggiamo la storia di Caino, l'assassino di suo fratello, e il suo rapporto con Dio. Un Dio che qui è rappresentato come infantile e capriccioso, per certi versi più... sociopatico di una persona che ha ucciso il proprio fratello. Vediamo un paradosso, ossia il continuo dialogo, confronto, guerra dialettica?, tra una divinità incostante e implacabile e un uomo bene o male razionale. I pellegrinaggi di Caino sono estremamente particolari, perché non si limitano alla sfera geografica ma coinvolgono anche quella temporale: Caino viaggia nel tempo e nello spazio, finendo per divenire testimone ma anche elemento attivo di tutto l'antico testamento, osservandone le contraddizioni e le crudeltà, e per lui - che già del divino non aveva un'alta opinione - Dio diventa non tanto qualcosa in cui credere (in fin dei conti lui sa che esiste) ma un nemico da combattere.
Una lettura particolare, e davvero, davvero soddisfacente.

mercoledì 23 gennaio 2019

Baby recensioni: Marco Polo e Stanza, letto, armadio, specchio

Di Maria Bellonci ho letto alcune biografie, e in tutta onestà pensavo che anche questa lo fosse: ho preso il libro a scatola chiusa su Acciobooks, e solo quando ho visto che è lungo duecento pagine mi è venuto il dubbio che forse non era quello che pensavo.
E infatti siamo di fronte ad un libro di narrativa storica.
Marco Polo è un racconto dentro un racconto: adulto, ormai tornato a casa da anni, Marco viene ferito in guerra e racconta ai suoi carcerieri (che lo trattano bene perché è ricco e conosciuto, quindi se in salute sarà futura fonte di un cospicuo riscatto) i viaggi della sua giovinezza.
Si parte dall'infanzia, dalla curiosità sempre presente per quello che c'è ai confini del mondo, il mito del padre e dello zio dati per dispersi senza che Marco mai abbia creduto che fossero morti, e si arriva nell'impero Mongolo: un mondo meraviglioso e sconosciuto, con una cultura diversa da tutto ciò che Marco ha visto fino a quel momento ma non per questo peggiore, e si vede la curiosità reciproca, le potenzialità di un incontro tra culture che può davvero rendere il mondo più grande. In questo libro noi siamo Marco e chi lo ascolta contemporaneamente.
Un libro bello, ma non il migliore dell'autrice: è sicuramente uno dei più semplici, non essendo un vero e proprio saggio storico può concentrarsi sul sense of wonder lasciando da parte le fonti storiche, però l'ho trovato un po' troppo superficiale, come se nel voler scrivere un libro accessibile a tutti la Bellonci avesse sacrificato lo scavare in profondità nei viaggi di Marco Polo, probabilmente anche perché il libro si pone come companion di uno sceneggiato televisivo.
Lettura che consiglio, stranamente adatta ai momenti di pace e utile per rilassarsi.



Uno di quei casi in cui ho visto il film tratto dal libro, senza avere poi nessuno stimolo per recuperare la versione cartacea.
Fortuna che l'aveva la genitrice, e in un momento in cui cercavo qualcosa che stesse fuori dalla mia tbr (avevo voglia di uscire dalla confort zone) me lo sono fatto prestare.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni, ma facciamole lo stesso: Jack è un bambino di cinque anni, e il suo mondo inizia e finisce con Stanza, dove vive con la sua mamma. Jack non è mai uscito, crede che Stanza sia il mondo e che non esista un fuori... finché la madre decide di dirgli la verità: loro due sono prigionieri, lei è stata rapita sette anni prima, e adesso Jack è abbastanza grande da poterla aiutare a fuggire.
La mia più grande paura era che, sapendo già come va a finire la storia, non sarei riuscita ad appassionarmi durante la lettura, e si trattava di una paura infondata: Emma Donoghue è una scrittrice davvero brava; non solo la storia ti tiene incollato anche se la sai già, ma ho trovato fenomenale il modo in cui riesce a far capire ogni cosa che sta succedendo a tutti i vari personaggi usando il punto di vista di un bambino di cinque anni, che ha vissuto in una situazione estrema e ha una conoscenza del mondo prossima allo zero. È un libro che regge anche se si sa già come va a finire perché non si basa solo ed unicamente sulla storia ma sul cuore, su questi personaggi a cui ti affezioni e per cui fai il tifo, che speri disperatamente che capiscano, che si vengano incontro. Che Jack e la sua mamma siano riusciti a fuggire in tempo per poter raggiungere il loro lieto fine, separati e insieme, con la loro famiglia e senza.
Pensavo non servisse a niente leggerlo. Mi sbagliavo.

venerdì 22 giugno 2018

Baby Recensioni: Maria Antonietta e lo scandalo della collana - Mary e il fiore della strega

Dopo aver letto Amanti e regine sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo prima che la mia strada incrociasse di nuovo quella di Benedetta Craveri, e quando ho visto che ha scritto un libro sullo scandalo della collana sapevo anche in che modo.
La storia la conoscevo grazie a Lady Oscar, che ha insegnato a più di una generazione le basi della Rivoluzione Francese e sarò sincera: è una cosa così assurda che ai tempi ero convintissima che fosse stata inventata di sana pianta per creare un po' di dramma a caso. Si tratta invece di uno di quei casi dove la realtà supera la fantasia, una serie di eventi che sembrano una tragedia degli equivoci più che una delle tante gocce che fece traboccare il vaso della pazienza del popolo francese. Siamo di fonte ad una truffa con tre grandi protagonisti: Maria Antonietta, Jeanne de la Motte e il cardinale di Rohan, e al centro una collana di diamanti così costosa che nessuno poteva permettersela. Di base Jeanne riuscì a convincere il cardinale a comprarla per conto della regina (che non sapeva nulla della cosa e aveva già detto che il gioiello era troppo costoso per comprarlo), mentre invece la fece a pezzi per rivendere i diamanti, e quando il castello di carte crollò, e Maria Antonietta furibonda fece processare i colpevoli, si scatenò l'inferno: la mala gestione di tutta la storia, e la pessima reputazione della sovrana, fecero sì che la monarchia ne uscisse distrutta spianando la strada alla Rivoluzione vera e propria. Anche se, in questo caso, avevano ragione i sovrani.
È un libro cortissimo, che mostra la grande abilità di narratrice della Craveri, capace di spiegare la storia dei personaggi, il loro carattere, il contesto in cui si muovono e le loro motivazioni, la macchina del fango che travolse e distrusse la reputazione di Maria Antonietta senza possibilità di ripresa, in pochissime frasi, senza mai risultare scarna. Ci sono dei punti dove sembra quasi un libro di narrativa, tanto è coinvolgente ed interessante.
Si legge in un paio d'ore, e ve lo consiglio con tutto il cuore.



Conosco Mary Stewart perché ha scritto la trilogia dedicata a Merlino (recensioni qui, qui e qui), a ciò si è aggiunta la bellissima edizione della Rizzoli, e se poi ci mettiamo pure il film dello Studio Ponoc, come risultato la mia capacità di resistere all'acquisto è stata distrutta.
Siamo di fronte ad un libro dichiaramente per bambini: la protagonista è Mary Smith, una ragazzina di dieci anni costretta a passare l'estate da una vecchia zia convinta che sarà l'esperienza più noiosa di sempre. Ci penseranno un fiore misterioso, una piccola scopa ed un gatto nero a farle cambiare idea, trascinandola in un'avventura che oggi ho trovato adorabile, ma l'avessi letta quando avevo l'età della protagonista mi avrebbe stregata: adesso sono un po' troppo cinica per apprezzare a cuore aperto le piccole ingenuità della trama, le informazioni non date perché - semplicement - un bambino non ne ha bisogno dato che sa immaginare molto meglio dell'adulto medio. Ma ho amato la piccola Mary e come abbia affrontato tutte le avversità senza tirarsi indietro, senza negare mai la paura e facendo del suo meglio con le poche informazioni a disposizione. 
Mi sono piaciuti molto anche i personaggi di contorno: il giardiniere e la vecchia zia, che appaiono pochissimo ma si fanno notare, il gatto Tib che entra di diritto della lista dei gatti preferiti (come Gigi; Greebo; il gatto di Coraline; il gatto prismatico... ), la scopa - perché cosa c'è di meglio di una piccola scopa con un caratteraccio? - sono tutti ben caratterizzati a prescindere da quanto stiano in scena. E a tutto ciò si aggiunge il magico momento in cui ti rendi conto che Mary è capitata per caso nell'avventura, che il cervello è il gatto, la forza bruta la piccola scopa, e lei è la prescelta perché - di base - serve un umano col pollice opponibile e in grado di pronunciare incantesimi.
Una lettura magari non indispensabile, però consigliata se ancora si apprezza la letteratura per l'infanzia.

mercoledì 23 maggio 2018

Baby Recensioni: Cercasi Ben disperatamente - Heather, più di tutto

Questo è un libro un po' meh, e devo dire che negli ultimi tempi li ho un po' collezionati, ma che posso dire: a volte servono anche quelli.
Cercasi Ben disperatamente fa parte del filone "Capacità di amare incondizionatamente di un animale aiuta una persona con la vita a pezzi/un ragazzino autistico": in genere si tratta di cani, dato che i gatti hanno modi diversi e più controversi di mostrare affetto.
Tipo portarti in dono i cadaveri più o meno mutilati delle loro vittime.
Stavolta abbiamo la storia di Julia Romp, madre single di un bambino autistico la cui diagnosi è arrivata tardissimo (sette anni circa). Julia è brava nel descrivere la loro vita piena di sfide, con un passo avanti e tre indietro, il dolore di non avere un rapporto pieno con il figlio (non può abbracciarlo, e lui non le ha mai detto che le vuole bene), il sentirsi giudicata come madre perché la disabilità di George non è visibile e sembra solo maleducazione, la paura per il futuro; tutte cose che cambiano con l'arrivo di Ben, un gatto randagio, e tra lui e il bambino scatta la scintilla: Ben diventa la porta attraverso cui George riesce a relazionarsi col mondo... finché il micio non scompare e Julia deve ritrovarlo. Non c'è, purtroppo, molto altro da dire: Julia Romp non è una scrittrice con una voce forte o particolare. È un libro tranquillo e senza guizzi, con uno stile che si limita ad essere corretto senza eccellere, col risultato che la storia - che pure avrebbe il potenziale per coinvolgere e commuovere - si limita ad essere carina e basta.
Ma a volte c'è bisogno di storie che ti danno la certezza del lieto fine.



A volte, nella nostra vita di lettori, si trovano libri capaci di spiazzarci completamente. Heather, più di tutto a me ha lasciato una profonda confusione perché è un libro che - se faccio la lista dei pregi e dei difetti - dovrei bocciare senza pietà, eppure... eppure c'è qualcosa che me lo impedisce.
La storia è semplicissima: Mark e Karen Breakstone sono persone mediocri con una vita mediocre. Felici, ma non troppo; ricchi, ma non troppo; di successo, ma non troppo; in crisi, ma non troppo. Il loro unico, vero successo è Heather, l'adorata figlia bellissima e talentuosa, una ragazzina amatissima che dopo un'infanzia serena sta entrando nella ribellione dell'adolescenza.
Poi c'è Bobby, che dotato lo sarebbe pure lui, ma non abbastanza per uscire dal degrado e dalla violenza in cui è nato e cresciuto.
E poi basta, non c'è nulla: Weiner tramite piccoli episodi ci racconta brevemente questa famiglia tutto sommato normale, in modo volutamente asettico ed impersonale. Sono i fatti messi su carta come semplice cronaca, come se la mediocrità dei Breakstone si riflettesse anche sulla narrazione.
E a me non è piaciuto: troppo freddo lo stile, troppo breve il racconto, troppo non approfondito.
Solo che.
Solo che si sente tantissimo che Weiner l'ha voluto scrivere così, non gli è venuto così per caso o incompetenza... e sospetto che la sensazione sgradevole che mi ha lasciato lo stile fosse parte di ciò che l'autore voleva farmi provare.
Non è una lettura per me, ma è ben lontano da essere una lettura che non mi ha fatto provare niente.

martedì 24 aprile 2018

Baby Recensioni: Discorsi contro - Questo canto selvaggio

Tempo fa mi sono resa conto di una cosa: il mio autore preferito è Terry Pratchett, ma il mio libro preferito è I Miserabili. Non credo sia una cosa particolarmente strana, ma a una certa ho iniziato a trovare ridicolo che di Victor Hugo io abbia letto solo due libri, quando è stato in grado di superare di una spanna qualsiasi cosa io abbia letto nella vita.
Il problema è che scriveva romanzi lunghissimi (complice il fatto che, a mio modesto avviso, era un regista nato quando in cinema non esisteva e si è sfogato con le descrizioni).
Poi il colpo di scena: durante il black friday mi sono messa a girare su ibs e ho trovato, a 3 € scarsi, Discorsi contro. Un volumino di appena 88 pagine e la domanda sorge spontanea: che può raccontare Victor Hugo in 88 pagine?
Voi non avete idea.
Hugo ha fatto parte della vita politica francese: a metà ottocento è stato membro dell'Assemblea Nazionale, e in questo libro sono raccolti nove discorsi che tenne in difesa della libertà di espressione, di istruzione, dell'uguaglianza.
Victor Hugo, che quando voleva sapeva essere sintetico (e spietato) coi suoi avversari, che non aveva paura, pronto a combattere senza concedere sconti per il popolo: quest'uomo non si è limitato a scrivere libri sui miserabili della sua epoca, quest'uomo ha usato la sua arma migliore - il suo talento illimitato con le parole - per difendere la libertà, la dignità, il diritto di aspirare a qualcosa di più, di chi aveva poco o niente.
È un libro bellissimo, tristemente attuale perché, davvero, per molti versi siamo ancora lì, e ti viene da chiederti dove sia il Victor Hugo di oggi, che non si limita a dire vaffanculo, ma che eleva il dibattito politico con ideali e padronanza di linguaggio, che ti arricchisce e nobilita, invece di svilire e abbruttire.
Non ho abbastanza parole per consigliarlo, ed è un libro perfetto per chi - magari - vuole approcciarsi al mondo della politica. È illuminante


Questo libro mi ha fatta sentire fuori target come non mai. Mi spiego: qualche tempo fa nella blogsfera, su youtube, su instagram, ovunque, si parlava di Victoria Schwab e di quanto fosse una scrittrice fenomenale, innovativa, al limite del genio.
Ora, sono consapevole che Questo canto selvaggio non è la sua opera migliore, ma con tutta la buona volontà del mondo non riesco a capire il motivo dell'hype: io mi sono trovata davanti ad un libro competente, con una storia ingenua ma che sta in piedi, un worldbuilding che si limita a fare da scenografia ma che crolla se lo analizzi un po' più a fondo, una buona idea di base (la nascita dei mostri mi è sinceramente piaciuta) e dei personaggi un po' clichè (sul serio, quando il tenebroso che vorrebbe essere umano e la ragazza stronza ma non troppo sono diventati una cosa mai vista prima?) ma sopportabili... cioè roba che per me è il minimo indispensabile per la pubblicazione, non per urlare al miracolo.
È un libro per ragazzi, di quelli trasgressivi ma non troppo, violenti ma non troppo, dark ma non troppo, tragici ma non troppo. In sostanza credo che io e la Schwab abbiamo avuto due problemi: il primo è che il libro non è poi così bello, è ingenuissimo e non ha colpi di scena; quello quasi alla fine era così telefonato che ad un certo punto ho iniziato a pensare che non ci sarebbe stato perché dai, è troppo ovvio. Invece no.
Il secondo problema è che temo di aver passato l'età in cui avrei apprezzato Questo canto selvaggio da troppo tempo: non spicca né in bene né in male, e ormai perché uno Young Adult mi colpisca deve andare o bene bene, o male male. Di questo qui ho già scordato buona parte della trama.

mercoledì 10 gennaio 2018

Baby Recensioni: Elogio della Follia - Heartless

Ci sono libri che, per essere apprezzati a pieno, hanno bisogno del loro contesto: diventano esilaranti, un viaggio nel tempo, la prova che certe cose le facciamo tutti, da sempre e per sempre: avete presente quando ci annoiamo a morte, durante un viaggio quando non si può leggere o ascoltare musica, e ci facciamo un film mentale con cui intrattenerci? Ecco, Elogio della Follia è questo.
Siamo nell'anno 1509. Erasmo da Rotterdam, considerato il maggiore esponente dell'Umanesimo cristiano, deve affrontare un viaggio che lo porterà dall'Italia all'Inghilterra, che prenderà diversi giorni.
E si annoia.
Per ingannare il tempo immagina di essere la Follia impegnata nella propria difesa, rigirando la logica e ragionando per assurdo, mostrando come in ogni aspetto della vita essere un po' matti serva ad essere felici, come fare gli scemi sia necessario per vivere a pieno e come - di base - non ci si debba prendere sempre sul serio trasformando l'esistenza in una grigia trappola di tedio.
Poi, questo sgangherato ma a modo suo saggio discorso, l'ha spedito all'amico Tommaso Moro, ne hanno riso con gli amici, che alla fine l'hanno convinto a pubblicarlo.
L'equivalente cinquecentesco di una chiacchierata cretina tra menti eccelse, per questo non capisco le cover depresse tristi e cupe: è uno scritto interessante, che fa ragionare e porta al dibattito, ma non è serio. Va contro la sua natura esserlo.
Adesso dettagli più tecnici: si tratta del classico (e saggio filosofico) più accessibile che abbia mai letto. Mai ridondante, mai complicato, la scrittura è scorrevolissima, e pensare a come fosse un grande "Ma fatevela una risata ogni tanto" rivolto ai serissimi sapienti dell'epoca lo rende quasi surreale.
Il voto non altissimo che gli ho dato su goodreads è dovuto esclusivamente fatto che non sono tipo da saggi, ma credo che questo sia ottimo per approcciarsi al genere.


Sto uscendo dal blocco del lettore, ma sento di aver bisogno - ancora per un po' - di letture leggere. Ed ecco quindi l'ennesimo YA letto non con intenti trash ma per rilassarmi e basta: ho puntato su Marissa Meyer, dato che Le Cronache Lunari mi sono piaciute, e ho vinto la scommessa a metà: Heartless, prequel di Alice nel Paese delle Meraviglie più che retelling, vuole raccontare l'origin story della Regina di Cuori. E qui sta uno dei problemi: come origine di una cattiva non sarebbe neanche male, ma è troppo ancorata alla logica e qualche bizzarria qua e là non basta a rendere Wonderland, beh, Wonderland.
E senza quella metà del fascino se ne va.
Altro problema è la storia: Catherine è una nobile che sogna di fare la pasticcera, ma viene corteggiata dal Re di Cuori proprio quando il suo sogno potrebbe realizzarsi, e contemporaneamente si innamora del Matto. Parte onestamente bene, ma verso la metà la trama diventa ripetitiva da morire: non succede niente di nuovo, e non aiuta che il finale sia già conosciuto. Non nego di aver saltato diverse pagine per arrivare al punto in cui sarebbe successo qualcosa.
I personaggi sono il punto di forza: Catherine è una protagonista inusuale per questo genere, con dei sogni che insegue ma che non riesce a realizzare, spinta dalle circostanze senza riuscire ad opporsi. Mi è piaciuto che avesse dei difetti ben delineati da subito, che pur non essendo cattiva fosse possibile vedere la Regina di Cuori dentro di lei. Mi sono piaciuti abbastanza anche i personaggi secondari, tipo lo Stregatto e il Re di Cuori, mentre Jest è il classico love interest perfetto sotto ogni aspetto e per questo noioso - almeno per me.
Ma sono convinta che il libro avrebbe reso di più se fosse stato originale: ha talmente poco di Alice che cambiando nomi e un paio di situazioni sarebbe venuta fuori una cosa alla Pandora Hearts (chiara ispirazione, ma indubbiamente una cosa a sé).
Un libro sufficiente, ma che non raggiunge l'obbiettivo che si era prefissato.

mercoledì 8 novembre 2017

Baby Recensioni: La Regina del Bosco - Io sono Febbraio

La Regina del Bosco, di Neil Gaiman con illustrazioni di Chris Riddell.
Comprai questo libro per due motivi: il primo era Neil Gaiman, il secondo che fosse esteticamente bellissimo, al punto che lo presi su amazon perchè avevo paura di rovinarlo portandolo a casa in un misero sacchetto. Però non avevo chissà quali aspettative, visto che è molto corto: me lo aspettavo carino, ma poco più.
E invece.
Regina del Bosco non è una rivelazione come è stato The Last Hero, ma è stato comunque una sorpresa: la storia, per quanto sia una sequel-retelling breve, è innovativa e coinvolgente nella lettura. Una giovane regina, tanto prossima alle nozze quanto poco convinta dalle stesse, decide di indagare su una strana malattia che si sta lentamente espandendo, facendo cadere addormentato chiunque si trovi nel suo raggio d'azione.
Si è trattato di una lettura breve (mi ha preso solo un paio d'ore) ma talmente soddisfacente da farmi pensare di essere andata troppo veloce: qui lo stile di Gaiman, unito alle meravigliose illustrazioni, lascia l'impressione di avere tra le mani un piccolo gioiello che merita di essere ammirato in tutte le sue sfumature. Si tratta anche di un lavoro che fa sua la regola "show, don't tell", forse grazie anche a Riddell che la rende letterale, ma non ci sono spiegoni, non ci sono paragrafi sulle caratteristiche dei personaggi: si presentano tramite le proprie azioni e i propri dialoghi.
Una nota sui disegni: leggermente gotici ed eterei, in bianco e nero e oro, sono un valore aggiunto, una parte integrante della storia e non una cosa in più che potrebbe anche non esserci.
Il prezzo del libro - alto - qui lo trovo giustificato: al di là del contenuto, che magari varrebbe anche meno, si tratta proprio di un bell'oggetto che fa la sua figura nella libreria.


Io sono Febbraio, di Shane Jones.
Avevo questo libro in WL da secoli immemori, al punto che in pratica ricordavo solo che c'era: sapevo che parlava di un villaggio in cui Febbraio ha scelto di rimanere portando un lungo inverno, ma non la recensione che me l'ha fatto conoscere e questo è un dettaglio importante. Perchè, direte voi.
Vedete, Io sono Febbraio non è esattamente un libro normale: è, sostanzialmente, un esercizio di stile di Shane Jones, e all'inizio non riuscivo assolutamente a capire come prenderlo. La narrazione non è lineare, si tratta di... pensieri, capitoli che possono essere composti da due pagine, una, un paragrafo, a volte una frase, la grandezza del font che varia a seconda dello stato d'animo del personaggio. È come se l'autore avesse voluto provare a costruire la storia per immagini e sensazioni, più che narrando i fatti che la compongono. Il risultato è un libro particolare, poetico e delicato, ma anche molto confusionario: vien da sé che questa scelta stilistica sacrifica la chiarezza della storia, al punto che - alla fine dei conti - non ho ben capito cosa sia successo, o come, o perchè.
Però è un libro scritto bene, in cui conta più godersi la bellezza delle immagini create, che analizzare. Almeno per me.
Si tratta, anche in questo caso, di un libro particolarmente belle dal punto di vista estetico, però lo consiglio con riserva: è veramente strano, piacevole da leggere ma con un filo logico sfiancante da seguire.