In effetti mi mnancava qualche mattone classico fuori dal continente europeo, e il Giappone mi ha sempre affascinata.
Beh, non da sempre: da quando ho scoperto manga e anime, come molti della mia generazione (e non solo). Ma Musashi, di Eiji Yoshikawa, trascende questa passione nata durante l'infanzia: scritto negli anni '30, questo volumone che conta più di 800 pagine scritte piccolissimo, è la versione romanzata della vita di Miyamoto Musashi, figura storica e riconosciuto come uno dei più grandi samurai della storia giapponese.
Ma Yoshikawa va ben oltre la mera biografia: inizia a raccontare la storia di Musashi dopo la prima battaglia a cui ha preso parte, armato solo di forza bruta e tremendo carattere, ma è quasi come se fosse un pretesto. Siamo nel '600, il tempo dei grandi feudi giapponesi sta giungendo al termine, Musashi si appresta a divenire samurai in una nazione che sta consolidando il mutamento, dove le grandi guerre sono già state combattute, perse e vinte. Sembrerebbe uno spreco, non fosse che così l'ambizione di Musashi a divenire samurai diventa quasi più pura, assoluta: cercare la forza e la saggezza per sé stesso, per migliorare sé stesso, e non per mettersi a servizio di un signore.
Tutto portandoci con lui in un viaggio nel tempo e nello spazio di filosofie, combattimenti, personaggi pittoreschi, e un Giappone che ormai non esiste più, e valori tanto più affascinanti perché diversi dai nostri.
Oh, ed è la prova che le grandi menti a volte pensano uguale, perché comincia con una frase pronunciata da un soldato che è la parafrasi di "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie", e quante saranno le probabilità che Yoshikawa abbia letto Ungaretti?
Il Principe e il Pellegrino è l'ultimo volume dedicato al ciclo arturiano scritto da Mary Stewart, e come Il Giorno Fatale si tratta di una... storia collaterale? Forse si avvicina di più a una novella, se devo essere onesta: la trilogia dedicata a Merlino ci raccontava la storia del mago Merlino, Il Giorno Fatale chiudeva quella di Artù. Il Principe e il Pellegrino ci racconta di due personaggi che hanno poco o niente a che fare coi personaggi principali del nostro ciclo preferito (abbiamo però Morgana, che si vedeva poco nei capitoli principali): Alexander e Alice, che fanno vedere a noi lettori cosa significa essere due persone che vivono a Camelot durante i suoi anni d'oro.
Sulla carta una storia bellissima e interessante, il problema, però, è che se nei precedenti libri la Stewart ci ha donato un retelling che ha gettato le base per i retelling arturiani di stampo moderno (più della Zimmer Bradley), in questo preferisce raccontare una favola: la rielaborazione è poca, ma rimane lo stile poetico, dipingendo un mondo quasi a colori pastelli, dove elementi magici, sprituali e storici si mescolano in un dipinto delicato, con protagonisti appena abbozzati ma non per questo sgradevoli, capaci di mettere la propria felicità di fronte alle proprie ambizioni, e per questo raggiungendo un lieto fine precluso ai personaggi principali.
Un libro inferiore rispetto ai precedenti, ma che permette di salutare questo mondo e questa ambientazione su una note dolce invece che con una tragedia.